Città Sant’Angelo, la denuncia di una mamma: “Mio figlio emarginato l’ultimo giorno di scuola”



Città Sant’Angelo. Ultimo giorno di scuola amaro per un piccolo alunno della scuola elementare Fabbiani di Città Sant’Angelo.

E’ la madre di Fabio – nome di fantasia – a denunciare, con una lettera inviata alla dirigente scolastica e all’ufficio scolastico provinciale, quanto accaduto ieri, ultimo giorno di scuola.

Mantenendo l’anonimato, per salvaguardare la privacy del bimbo, riportiamo quanto scrive la donna circa la cerimonia che, come in tante altre scuole, è stata messa in scena per chi, arrivato alla fine della 5° elementare, ha varcato per l’ultima volta le porte della scuola lanciando in area un tocco, il tipico cappello da laureato.

Ieri”, scrive la mamma, “era l’ultimo giorno di attività, e per i bambini delle quinte, oltre che dei palloncini dello stesso colore, erano stati preparati dei semplici tocchi di cartoncino da indossare all’uscita da scuola e da lanciare in aria dopo aver scattato qualche foto di gruppo con i compagni e i genitori. Un momento di festa, di gioia e di gratificazione per la conclusione di un percorso e per l’inizio di un altro, ma anche l’occasione per salutare i compagni e le insegnanti che hanno guidato questo cammino per tanti anni”.

Aspettavo che uscisse Fabio”, aggiunge la donna, “emozionata e trepidante, accompagnata dal nonno, dalla zia e dalla cuginetta, ma mio figlio è uscito in lacrime, con la testa coperta dal grembiule blu: tutti avevano il proprio tocco (e il proprio palloncino) tranne lui. Il suo era andato smarrito, probabilmente, nonostante che la mamma che si era incaricata di confezionarli mi ha ripetuto, in lacrime anche lei, che li aveva consegnati tutti alle maestre in una scatola chiusa, dopo averli contati scrupolosamente”.

“Fabio si è sentito emarginato”, incalza la mamma, “ ha dovuto assistere alla scena del lancio dei tocchi da spettatore e non da protagonista, non compare in nessuna fotografia di gruppo, per la vergogna si è avvolto il grembiule sul capo come un turbante, non sono riuscita a fermare le sue lacrime nemmeno una volta tornati a casa, non è riuscito a mangiare, ha passato dieci minuti in bagno a piangere e a vomitare per quanto si era agitato”.

“Il punto”, conclude la donna indignata, “è che le maestre, vedendo che mancava un tocco, a prescindere dal fatto che fosse di mio figlio, non avrebbero dovuto farli indossare ugualmente agli altri bambini, discriminandone uno; perché educare dei bambini alla solidarietà, al rispetto e all’amicizia va ben oltre il trasmettere loro delle nozioni disciplinari o l’assegnare delle sterili valutazioni”.

Ultima modifica: 8 giugno 2018

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