L'”inganno” di Garanzia Giovani: i dati in Abruzzo L’INTERVENTO



Poteva essere un’occasione per dare un taglio al deprimente e allarmante problema dell’occupazione giovanile, mai così numericamente pervasivo; un’opportunità per riportare al centro dell’attenzione il ruolo dei giovani, in una società asfittica e decadente, come quella italiana, in cui il lavoro o manca, o è appannaggio dei vecchi; poteva essere un segnale di cambiamento radicale della politica sociale, stantia e vuota, che nessun governo riesce a irrobustire con provvedimenti concreti ed efficaci. Poteva essere tante cose insieme. Invece, si è rivelata la solita, inconsistente ricetta da “saldi di fine stagione”, tutta italiota, (con la correità dell’Ue), i cui effetti negativi, hanno dissolto nel nulla le speranze di migliaia di giovani disoccupati e delle loro famiglie.

Parturient montes, nascetur ridiculus mus, scriveva Orazio nella sua Ars poetica, per dire che «i monti avranno i dolori del parto e da essi, nascerà un ridicolo topolino». Una regola becera cui la politica sembra ispirarsi per “soddisfare” le aspettative dei cittadini, sempre meno importanti e meno considerati. Da essa sembra nato anche “Garanzia giovani”, progetto propagandato da uno dei governi di banco di questi ultimi anni, per arginare la galoppante disoccupazione giovanile.

Come rivela il nome, tra le premesse, il progetto affermava di “garantire” i giovani nell’estenuante ricerca di un lavoro, e di farlo in un modo sontuoso, non solo elargendo sostegni economici e decontribuzioni alle imprese. Per essere precisi, si presentava come: uno strumento di sostegno per i giovani che non si trovano né in situazione lavorativa, né seguono un percorso scolastico o formativo riservato alla Neet generation (Not in Education, Employment or Training), quel pezzo di Europa che nel 2013 valeva 7,5 milioni di giovani con un costo sociale pari all’1,2% del PIL dell’Unione. Quest’ultima notazione, ci fa drizzare i capelli, perché ai giovani europei (compresi, ovviamente, gli italiani), è stato attribuito un peso, con un relativo “costo sociale”, (quasi fossero dei parassiti come certi politicanti). L’altro aspetto sconcertante, invece, è che il progetto non è frutto di una convinta ed efficace volontà di affrontare e risolvere il problema, ma di un politicismo da osteria, volto all’improvvisazione e alla retorica, secondo uno schema trito e intollerabile.

Dunque, il progetto “Garanzia giovani”, ha un marchio d’origine Ue che, attraverso i suoi canali, ha così riassunto gli scopi: il programma sancisce un principio di sostegno ai giovani fondato su politiche attive di istruzione, formazione e inserimento nel mondo del lavoro, volte a prevenire l’esclusione e la marginalizzazione sociale e a favorire l’accesso ad opportunità di impiego. All’interno di questa strategia unitaria, ogni Stato dell’Unione ha scelto le modalità di attuazione più adeguate per le caratteristiche dei propri sistemi sociali ed economici. Inoltre, sempre l’Ue, ha decretato che: per ridurre questi costi, (dei 7,5mln di giovani europei disoccupati, ndr), per cogliere tutti i vantaggi di una forza lavoro giovane, attiva, innovativa e qualificata, il Consiglio UE, con un atto che rappresenta un’innovazione importante nelle politiche europee per i Neet, sceglie di investire su questa generazione di giovani europei guardando ai vantaggi a lungo termine, in direzione di una crescita economica sostenibile ed inclusiva. Nulla di più falso e retorico! Nella realtà dei fatti e, soprattutto, nel successivo passaggio dal governo nazionale alle regioni, “Garanzia giovani” è miseramente naufragato nelle secche dell’odioso jobs-act e delle riforme collegate, che hanno letteralmente smantellato le fondamenta del nostro sistema sociale, in particolare, del comparto che tutela i diritti dei lavoratori. Già questa premessa, ci fa intendere che il lavoro, senza diritti e senza tutele, non è lavoro, ma una nuova e riadattata forma di schiavitù; una sorta di asservimento alle regole dei cosiddetti “mercati”, dietro i quali si nascondono i mastodonti dello sfruttamento di massa e i magnati del capitale, che hanno azzerato il valore dell’economia reale a vantaggio di quella monetaria e speculativa. Ma non è né ideologico, né economico, né orientativo l’aspetto importante che vogliamo rimarcare, anche perché nell’attuale contesto sociale e culturale, nazionale e internazionale, lo slancio ideale, i principi del pensiero e l’importanza dei cittadini nel contesto pubblico-istituzionale, sono stati sobbarcati dal pragmatismo pervasivo, che rispetta solo la regola dei numeri e del profitto.

Aderendo a “Garanzia giovani”, migliaia di ragazzi disoccupati, sono stati innanzitutto e inspiegabilmente obbligati, a rinunciare agli studi: una pretesa astrusa che non ha alcun fondamento giuridico, ma solo coercitivo. Comunque, credendo di trovare un lavoro degno di questo nome e di evitare la strada dell’emigrazione all’estero, i giovani hanno dovuto accondiscendere con grande rammarico a questa bislacca disposizione. L’attuazione del progetto, inoltre, era fondata solo sulla possibilità, da parte delle imprese, di godere di benefici economici nel periodo di durata del progetto, stabilito in sei mesi, durante il quale, ai giovani è stato richiesto di lavorare quaranta ore a settimana, a fronte di una retribuzione simbolica di 500 euro al mese. Al termine dei sei mesi di tirocinio, tutti speravano in un’assunzione a tempo indeterminato e nel relativo adeguamento del compenso. Si dà il caso, che dopo i sei mesi di “Garanzia giovani”, la prospettiva si presentava più fosca e incerta di prima. Molti ragazzi, sono stati rifiutati, altri assunti con pedestri contratti a termine alla fine dei quali sono stati licenziati con la clausola della “giusta causa” e i restanti, assunti a tempo indeterminato con retribuzioni da fame e con la spada di Damocle sul capo, del licenziamento, puntualmente avvenuto nel volgere di massimo diciotto mesi di lavoro. Questo è stato ed è “Garanzia giovani”: un fallimento totale, un “topolino partorito dalla montagna”, costato complessivamente 1,3mld di euro che, invece, potevano essere impiegati in modo oculato e saggio in mille altri modi diversi e più proficui.
Dunque, è la politica che in questo sciagurato Paese non va! E non da oggi, ma da decenni! Non va perché è stata spogliata di tutte le sue prerogative ideali, diventando un’attività per fabulatori, imbonitori e ciarlatani che sembrano aver trovato nelle scalee del parlamento, il luogo eletto per nascondere la loro identità. Se a monte non si riesce a considerare la realtà in tutta la sua complessità, affidando la soluzione dei problemi a burocrati incapaci, vuol dire che la politica è inutile, che non ha alcuna connessione con la società. La politica non può continuare ad esprimersi con il linguaggio dell’autoreferenzialità e del conservatorismo. Significa che la storia e l’esperienza umane, servono solo a riempire i libri, lasciando le coscienze vuote.

LA SITUAZIONE IN ABRUZZO

In Abruzzo, la situazione è deprimente. Si comincia con il portale tematico della regione, dove orientarsi per attingere notizie è come muoversi in un labirinto per di più inondato di foschia. I giovani non hanno alcun supporto, non ricevono alcuna informazione preventiva, non sanno a chi rivolgersi. Secondo quanto auspicato, invece, le regioni avrebbero dovuto “attuare concretamente le azioni di politica attiva verso i giovani destinatari del programma, rendendo disponibili le misure”. A ciascuna è stata affidata la “funzione di coordinamento dell’organizzazione della “rete” dei servizi pubblici per l’impiego e privati accreditati” e il compito di “svolgere una funzione di accoglienza, orientamento e individuazione delle necessità e potenzialità dei giovani per individuare il percorso più in linea con le attitudini e le esperienze professionali”. Tutte chiacchiere senza costrutto e senza un minimo di fondatezza. La realtà è che “Garanzia giovani” garantisce tutti, tranne i destinatari, costretti a subire disservizi, inganni e ritardi; a sentire le baggianate di burocrati che si barcamenano nel posto sicuro.
Sottoscrivendo la convenzione con il ministero del lavoro (giugno 2014), che le attribuiva il ruolo di organismo intermedio, la regione Abruzzo ha ricevuto una dotazione finanziaria di oltre 31mln di euro, prevista dal piano di attuazione regionale (PAR), così ripartita:
? Accoglienza, presa in carico, orientamento: 2.760.034,00 euro
? Formazione: 4.000.000,00 euro
? Accompagnamento al lavoro: 2.000.000,00 euro
? Apprendistato: 1.000.000,00 euro
? Tirocinio extra curriculare, anche in mobilità geografica: 12.200.000,00 euro
? Servizio civile nazionale: 1.000.000,00 euro
? Sostegno all’auto-impiego e all’auto-imprenditorialità: 3.100.000,00 euro
? Mobilità professionale transazionale e territoriale: 1.000.000,00 euro
? Bonus occupazionale: 4.100.000,00 euro

Un fiume di denaro, milioni e milioni di euro, dissipati senza raziocinio e senza alcuna verifica dei risultati. Un bailamme incontrollabile di incompetenze politiche e burocratiche. Infatti, nella nostra regione, la situazione ha assunto risvolti drammatici, nel senso che non essendo, notoriamente, una realtà a forte presenza imprenditoriale, i giovani sono stati licenziati in massa, anche quando la loro preparazione, il loro senso di responsabilità e la loro intraprendenza erano oggettivamente al di sopra delle aspettative. Le imprese, dal canto loro, non hanno avuto scrupoli a licenziare, con la legge dalla loro parte, dopo aver usufruito dei benefici previsti a loro favore e dopo aver sfruttato i disoccupati per il periodo di tirocinio e per l’eventuale successiva estensione. Migliaia di ragazzi hanno riscosso la retta del progetto anche dopo un anno, i pochi assunti (anche con contratto indeterminato), sono pagati con tre, quattro, anche cinque mesi di ritardo rispetto al mese corrente. Su questo specifico fronte, il governo regionale abruzzese non è stato all’altezza della situazione, ha svolto un ruolo evanescente, a metà tra l’incapacità e l’inettitudine; un ruolo intangibile, né piccolo, ma nemmeno un nulla, che potremmo chiamare da fantasmi di entità defunte, (descrizione liberamente tratta da un pensiero di Oriana Fallaci).

Ma se errare è umano, perseverare è diabolico. Allora, senza ritegno, proprio in queste ultime settimane è stato annunciato un nuovo progetto di “Garanzia giovani” per altri 1560 giovani cui non resta altro, che attendere il compiersi del tempo prescritto, per toccare con mano l’ennesima, grande delusione.

Graziano D’Angelo

 

Ultima modifica: 14 gennaio 2018

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