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Cronaca

Quando l’Italia trattenne il fiato: il caso di Tommaso Onofri e la libertà di Raimondi, la madre: “Noi condannati a vita”

Sono passati 20 anni dal caso del piccolo Tommy, una ferita ancora aperta che lacerò l’Italia intera per la sua ferocia e insensatezza. Un dolore senza fine per la famiglia Onofri

Ci sono storie che non invecchiano, perché non trovano un posto nel passato: restano lì, immobili, come una fotografia che continua a fare male.

Quando l’Italia trattenne il fiato: il caso Tommy e la libertà di Raimondi, la madre: “Noi condannati a vita” (foto Ansa) – CityRumors.it

Vent’anni dopo il sequestro e l’omicidio di Tommaso Onofri, l’Italia torna a guardare dentro una delle pagine più spietate della sua cronaca nera. Un rapimento nato su un’idea confusa, forse su un abbaglio, e finito nella maniera più insensata. Oggi, mentre uno dei responsabili è tornato libero, la domanda che pesa addosso ai familiari è sempre la stessa: che cosa resta della giustizia quando il tempo della pena finisce, ma il tempo del dolore no?

Il caso Tommy Onofri: dal blackout al sequestro nella casa di Casalbaroncolo

Era la sera del 2 marzo 2006 quando una villetta isolata nella campagna della bassa parmense diventò il teatro di un incubo. Un blackout improvviso, poi il buio: non un guasto, ma un contatore sabotato. Il padre uscì per controllare e venne assalito da due uomini con caschi e passamontagna, armati di coltello e pistola. La scena fu rapida e brutale: “questa è una rapina”, urla, paura, pochi contanti consegnati. Poi il gesto che trasformò tutto in orrore puro: i genitori e il fratello maggiore furono legati e imbavagliati con nastro da pacchi e, in quel caos, il più piccolo venne strappato dal seggiolone della cena.

Il caso Tommy Onofri: dal blackout al sequestro nella casa di Casalbaroncolo (foto Ansa) – CityRumors.it

Tommaso aveva 17 mesi. Una fragilità ulteriore, perché conviveva con l’epilessia e necessitava di cure e farmaci con regolarità. Un dettaglio che oggi, a distanza di anni, continua a pesare come una domanda senza risposta: i rapitori ne erano consapevoli? E soprattutto: che cosa pensavano davvero di ottenere?

All’inizio la vicenda fu letta come un sequestro a scopo di estorsione. Ma fin da subito emerse una contraddizione: un movente solido non c’era, oppure non fu mai compreso fino in fondo. La famiglia Onofri non era ricca, viveva di un lavoro ordinario. Eppure qualcuno era convinto che in quella casa si nascondessero soldi, un’eredità, un tesoro inventato o immaginato. Un’idea sbagliata che, in poche ore, divenne una condanna.

Indagini, svolta dell’impronta e condanne: la libertà che riapre la ferita

Le indagini furono complesse e dolorose anche per ciò che produssero nel frattempo: piste che si aprivano e si chiudevano, sospetti, ipotesi di ritorsioni, scenari di pedofilia, ombre che finirono persino per lambire la famiglia. L’Italia si mobilitò come raramente accade: appelli, preghiere, interventi pubblici. Per trenta giorni il Paese restò sospeso, aggrappato all’idea che il bambino potesse essere restituito vivo.

La svolta arrivò da un dettaglio minuscolo: un’impronta digitale rimasta sul nastro adesivo utilizzato per immobilizzare i familiari. Portava a Salvatore Raimondi, ex pugile e muratore, collegato a Mario Alessi, capomastro che aveva lavorato nel casolare. Alessi, nei giorni del sequestro, si era persino mostrato davanti alle telecamere con appelli di facciata, mentre gli investigatori stringevano il cerchio.

Indagini, svolta dell’impronta e condanne: la libertà che riapre la ferita (foto Ansa) CityRumors.it

Quando la pressione investigativa diventò insostenibile, arrivò la confessione. E la verità fu la più crudele: Tommaso era stato ucciso la stessa notte del rapimento, vicino al fiume Enza. Non dopo un lungo sequestro, non dopo trattative finite male, ma subito. Secondo la ricostruzione processuale, il motivo fu persino più agghiacciante perché banale: il pianto del bambino “dava fastidio” durante la fuga e gli uomini temevano di essere scoperti. Panico, brutalità, assenza totale di freni: un delitto che ancora oggi lascia senza parole proprio per la sua insensatezza.

Il processo fu un percorso di ricostruzione e di accuse incrociate. Alla fine, le sentenze indicarono Alessi come l’organizzatore del piano e l’uomo che avrebbe colpito e ucciso il bambino, condannandolo all’ergastolo. Raimondi, coinvolto direttamente nel rapimento e nel prelievo del piccolo dalla casa, venne condannato a 20 anni grazie al rito abbreviato. Una terza figura, Antonella Conserva, compagna di Alessi, fu condannata a 24 anni: secondo i giudici, avrebbe dovuto svolgere il ruolo di “carceriera” nel caso in cui il sequestro si fosse protratto.

Il caso Tommy Onofri: dal blackout al sequestro nella casa di Casalbaroncolo (foto Ansa) – CityRumors.it

Vent’anni dopo, il tempo giudiziario e il tempo umano mostrano tutta la loro distanza. Raimondi è tornato libero nell’agosto 2025, dopo aver scontato la pena; Conserva ha ottenuto permessi premio già dal 2020. Nel frattempo, la famiglia Onofri è stata travolta da un dolore che non concede tregua: il padre, Paolo Onofri, non resse al peso di quella tragedia e morì dopo anni segnati dalla malattia. La madre, Paola Pellinghelli, ha continuato a vivere con una frattura impossibile da ricomporre, insieme al figlio maggiore.

Le sue parole, di fronte alla liberazione di Raimondi, condensano il senso di una ferita che non chiude: “I condannati a vita siamo noi”. Non è uno slogan, ma la fotografia di un paradosso: chi ha commesso un crimine può, un giorno, tornare fuori e ricostruire; chi lo ha subito resta inchiodato a un prima e a un dopo che non si ricongiungono mai.

Marta Zelioli

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