Pescara, l’iter degli appalti pubblici raccontato da Paolo Di Cintio

Pescara. Come si svolge l’iter per gli appalti pubblici?

A illustrarlo, Paolo Di Cintio, vicepresidente Ance Pescara, costruttore di lungo corso, che dichiara:

“Dal ‘massimo ribasso’ siamo passati all’ ‘offerta economicamente più vantaggiosa’ del nuovo codice degli appalti, ma non è cambiato nulla, anzi”.

“Contrariamente a quello che raccontano il Min. Delrio, il sen. Esposito e il “santo subito” Cantone circa l’eliminazione del ‘massimo ribasso’, adesso c’è più ribasso di prima: oltre a dover fare lo sconto sui prezzi, le imprese devono offrire anche migliorie sul progetto esecutivo, il che si traduce sempre in ulteriori maggiori costi per i materiali e per le prestazioni”.

“L’offerta economicamente più vantaggiosa espone oltretutto le stazioni appaltanti alla ‘tentazione’ di scegliersi l’impresa, ‘sussurrando nelle orecchie’ della commissione di aggiudicazione la propria preferenza”.

“E per amore di verità va detto che spesso non si tratta nemmeno di corruzione, ma del
semplice interesse delle stazioni appaltanti di favorire l’economia e l’occupazione locale in un momento di crisi così profonda del sistema delle costruzioni. Ma ogni tanto qualche … furbo ne approfitta”.

“Fintanto che le stazioni appaltanti non si assumeranno la responsabilità di rinunciare a lucrare su sconsiderati ribassi di imprese affamate dalla crisi, la dinamica che si determina è la seguente:

l’impresa, per aggiudicarsi il lavoro, partecipa con un’offerta bassissima e rende giustificazioni dei prezzi assolutamente poco credibili; ma, poiché la stazione appaltante ha interesse a spendere poco, soprattutto se i fondi sono propri, l’ente accoglie le spiegazioni e persegue l’interesse al risparmio;

la stazione appaltante sa benissimo che dopo aver risparmiato in partenza qualche centinaio di migliaia di euro, se pure dovrà spendere qualcosa in corso d’opera ha già accantonato quanto necessario;

con il risparmio iniziale potrà anche accogliere qualche esigenza di variante per aggiustamenti del progetto o per richieste dell’appaltatore tese a recuperare qualche punto di ribasso”.

“Questo meccanismo perverso del ribasso finisce per coinvolgere anche chi è deputato al controllo, e così la Direzione dei Lavori, pur di riuscire a completare l’opera, è costretta ad accontentarsi di qualche lavoro non ‘a regola d’arte’, o di qualche materiale di bassa scelta: così i lavori non si bloccano e si evitano ‘cattedrali nel deserto incompiute’”.

“L’ultima ‘vittima’ dei forti ribassi è il collaudatore dell’opera che, sempre per evitare ‘stalli’ amministrativi, liti decennali e strascichi giudiziari, si limita a verificare che l’opera sia compiuta ‘decentemente’, anche se non ‘a regola d’arte’, in modo da poterla restituire alla collettività che l’ha pagata con il contributo delle proprie tasse”.

E prosegue:

“Sono rarissimi i casi di contestazione da parte della stazione appaltante: i lavori che oggi sono fermi lo sono proprio a causa di controlli reali effettuati anche da uno solo dei personaggi coinvolti nella filiera dell’appalto pubblico, uno che non ha tollerato gli aggiustamenti / migliorie e che ha fatto il proprio dovere fino in fondo”.
“In buona sostanza, chi ci guadagna dalla logica del massimo ribasso/offerta economicamente più vantaggiosa è proprio lo Stato, che strozza le imprese per avere lavori a costi impossibili; e non si rendono conto che dal risparmio traggono un effimero immediato guadagno, che prestissimo si traduce in ben più alti costi di manutenzione”.

“E la corruzione non è sempre la causa di tutto: è una sorta di connivenza da parte dello Stato, e dei suoi presidi sul territorio, che ha massacrato il settore e il Paese intero, che proprio nelle costruzioni ha trovato il suo massimo veicolo di sviluppo dal dopoguerra fino alla fine del secondo millennio”.

“Oggi stiamo perpetuando un sistema che era sbagliato prima e che lo è ancor più oggi: chiunque comprende che un ribasso del 35% in luogo di un 10% è inaccettabile, perché non consente di rispettare progetto e capitolato: è questo il peccato originale dal quale derivano gli aggiustamenti che tutti gli attori coinvolti nel procedimento mettono in atto”.

Poi, Di Cintio parla dei ‘grandi disastri’:

“I grandi disastri ai quali assistiamo, senza volerne citare alcuno per rispetto di chi non c’è più, riproducono esattamente ciò che sono le buche che rendono impraticabili le nostre strade: se andiamo a guardare il tappeto di asfalto vediamo che sotto non ci sono gli spessori adeguati”.

“Chi ha eseguito i lavori lo ha fatto con pochi soldi e chi lo ha appaltato ha perseguito l’interesse che il lavoro fosse concluso e non bloccato: un sistema che ha fatto comodo a tutti. Per il quale tutti gli aggiustamenti del caso servono a conseguire anche obiettivi pregevoli come turismo, occupazione, soldi al Comune”.

E conclude:

“Questa è l’Italia che abbiamo costruito in questi 40 anni. Ma oggi c’è un livello di cultura e di esperienza generali che permette alla gente di capire di più rispetto a quando avevamo analfabetismo e povertà al 40%. E nessuna opera urbanistica. Adesso, decidere di cambiare le cose si può. Dobbiamo scegliere se fare tesoro del passato attribuendogli la qualifica, e con essa la dignità, di ‘periodo di crescita’, oppure restare nell’errore. Caso in cui saremmo incivili e in mala fede: terzomondisti. I costruttori ci sono e sono pronti”.