Acqua Gran Sasso, nuovo esposto per chiedere la chiusura dei Laboratori

Il dottor Elso Castelli, del Comitato Azione Popolare, ha depositato nelle scorse ore un nuovo esposto presso i carabinieri del comando provinciale di Teramo per chiedere la chiusura dei Laboratori nazionali del Gran Sasso.

“I problemi attribuiti a Strada dei Parchi sono lo specchietto per le allodole – ha detto – L’Abruzzo sembra venga trattato come luogo del terzo mondo, dove non si portano via sostanze inquinanti perché ci sono interessi economici. Il nostro oro è la nostra acqua e proprio lì hanno creato un laboratorio di fisica nucleare”

MOBILITAZIONE ACQUA GRAN SASSO Oggi anche la Mobilitazione Acqua del Gran Sasso è tornato sulla sicurezza della falda acquifera con nuovi documenti. “I problemi del Gran Sasso vanno risolti una volta per tutte facendoli emergere e prendendo atto dei limiti oggettivi del sito a partire dal rischio sismico e dalla presenza di faglie attive e dalla presenza di un patrimonio di acqua; invece ci sono settori degli apparati degli enti che continuano ad operare per mettere la polvere sotto al tappeto. Figurarsi cercare di derogare alle norme poste a tutela della salute dei cittadini. Ora basta”. Così la Mobilitazione per l’Acqua del Gran Sasso che ha presentato le osservazioni sulla proposta di Piano di Emergenza Esterno dei Laboratori Nazionali di Fisica Nucleare per la gestione degli incidenti rilevanti e commentato altri due documenti, una importante nota dell’ARTA alla Procura della Repubblica di Teramo e una lettera dell’INFN alla Regione Abruzzo. “Partiamo dal documento dell’ARTA. Nella relazione i tecnici, oltre ad evidenziare la presenza di una faglia posta a solo 1 km dai laboratori e che può produrre terremoti fino a Magnitudo 7 e dislocazione di metri, con formazione di “gradini” fino a 6-7 km di distanza, mette in luce potenziali problemi per le volte dei laboratori che sarebbero state costruite senza le centine aggiunte nelle volte dei tunnel autostradali. Scrive l’ARTA che “sulle camere dei laboratori di fisica nucleare, su richiesta dello stesso INFN, non furono realizzate opere strutturali di sostegno, simili a quelle realizzate nelle gallerie autostradali, in quanto queste avrebbero creato problematiche agli esperimenti previsti nei laboratori. Furono realizzati solamente delle chiodature d’acciaio ed un rivestimento interno formato da una rete elettrosaldata su cui è stato proiettato con delle pompe, del cemento a spruzzo. Questa situazione merita ad avviso degli scriventi un doveroso approfondimento in merito alla valutazione del rischio ambientale in quanto le camere dei laboratori, oltre ad essere priva della suddetta struttura di rinforzo, hanno una luce di scavo molto superiore a quelle delle gallerie autostradali (24 metri luce utile interna sala C). Inoltre, a differenza delle gallerie, nei laboratori vi è la costante presenza di materiali pericolosi”. Dopo aver illustrato lo stato delle conoscenze su queste volte, aggiungono che secondo loro, vista anche la presenza di quella faglia, queste “debbano essere oggetto di verifica sismica”. Ci chiediamo: è stata fatta questa verifica sismica, visto che nel documento della Prefettura non è fatto cenno di questa criticità e che in altre regioni in impianti a rischio di incidente rilevante il CTR locale non solo ha svolto la verifica ma, dopo aver trovato problemi, ha imposto anche l’immediato adeguamento?”.

E ancora: “Veniamo quindi alla proposta di Piano di Emergenza Esterno da mettere in campo in caso di incidente rilevante con gli esperimenti Borexino e LVD e le loro sostanze pericolose (rispettivamente, 1.292 tonnellate di trimetilbenzene e 1.000 tonnellate di acqua ragia). Il documento è stato redatto dalla Prefettura di L’Aquila sulla base del documento fondamentale in un impianto sottoposto alla normativa Seveso sugli incidenti: il Rapporto di Sicurezza. Dopo 12 anni di inadempienze gravissime, quest’ultimo documento è stato approvato a novembre 2018 dal CTR regionale. Peccato che finora non sia stato reso pubblico perché, a leggere la proposta di Piano di Sicurezza che ne è discesa, paiono emergere questioni di gravità inaudita che presto confluiranno in un nostro ennesimo esposto (comunque le osservazioni al Piano sono state già inviate alle procure per conoscenza). Infatti l’analisi del rischio di incidente si basa anche sul fatto che le sale dei laboratori sarebbero “impermeabili”. Sì, proprio così, praticamente tutto questo can can di MIT, Regione e via discorrendo sarebbe di fatto infondato. Peccato che la Prefettura di L’Aquila, cercando di mettere una pezza a colori, introduce nel documento i risultati delle perizie della Procura di Teramo che dicono esattamente il contrario”.

“Giusto per far capire qual è l’impatto potenziale di un grave incidente nei laboratori secondo il documento, oltre a conseguenze gravissime sull’acqua delle province di Teramo e sulla città di L’Aquila, bisognerà tener conto in Provincia di Pescara del potenziale inquinamento delle sorgenti della Vitella d’Oro e del Mortaio d’Angri a Farindola nonché del Fiume Fino con coinvolgimento del Saline (cioè Montesilvano!) e problemi non solo con l’acqua potabile ma anche con l’irrigazione e la possibilità di abbeverare il bestiame nell’intero massiccio. Tutto nero su bianco nel documento della Prefettura che stima in 700.000 le persone interessate per la sola questione acqua potabile. Basterebbe questo per zittire chi sostiene che il problema sta nel cambiare la legge e non la realtà di campo allontanando quanto prima queste sostanze. Peraltro, come abbiamo scritto nelle osservazioni, per noi ci sono pure lacune visto che si ignora il possibile impatto sulle sorgenti nella valle del Tirino (e quindi sarebbero da valutare gli effetti sui pozzi San Rocco a Bussi che riforniscono la val Pescara, Chieti compresa) e sulle sorgenti del Pescara, la cui acqua proviene anche dal Gran Sasso. Nonostante questi dati, in parte, come detto, inclusi nel documento, si restringe inspiegabilmente il campo dell’analisi della popolazione da informare alle frazioni di Isola del Gran Sasso e di Assergi (sic!). Tutto ciò quando la legge prevede di informare tutti i cittadini potenzialmente interessati con una comunicazione pro-attiva (con assemblee, manifesti, volantini ecc). Non abbiamo visto nulla di tutto ciò, nonostante una specifica richiesta inviata un anno fa. Nella proposta di piano vengono anche ignorati del tutto l’impatto sulla biodiversità del Parco e la presenza di diversi Siti di Interesse Comunitari e di una Zona di Protezione Speciale quando la normativa sugli incidenti rilevanti (direttiva Seveso) impone di valutare gli effetti degli incidenti sull’ambiente. Ovviamente mentre si provvede all’allontanamento delle sostanze è bene, anzi, obbligatorio avere un Piano di Emergenza, che richiediamo da anni, ma deve essere attendibile ed efficace. Nel documento, ad esempio, ci sono pochissimi accenni alla questione delle gallerie autostradali, che, oltre ad essere utilizzate da migliaia di cittadini tutti i giorni, sono anche la via di fuga dei laboratori. Tra i pochi passaggi si citano i problemi dei by-pass tra i fornici, che non sono a norma. Eppure la galleria autostradale del Gran Sasso è la terza in Italia per lunghezza ed è classificata, sulla base del D.lgs.264/2006, la norma che ha recepito una direttiva comunitaria varata a seguito del rogo del Monte Bianco, come “galleria speciale” proprio per la compresenza dei laboratori di fisica nucleare. Tutte le gallerie oltre i 500 metri e 2.000 veicoli al giorno che non rispondevano ai requisiti minimi previsti dal Decreto avrebbero dovuto essere messe in sicurezza sia per la tutela della salute dei fruitori sia per le potenziali conseguenze sull’ambiente entro il 30 aprile 2019. Tra l’altro per le gallerie speciali come il Gran Sasso il Decreto prevede anche misure aggiuntive rispetto ai requisiti minimi”.

WWF TERAMO “L’intervento del Presidente della Regione Marsilio di venerdì scorso offre l’occasione per ribadire  ciò che, secondo l’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso, promosso dalle Associazioni WWF, Legambiente, Mountain Wilderness, ARCI, ProNatura, Cittadinanzattiva, Guardie Ambientali d’Italia – GADIT, FIAB, CAI e Italia Nostra, dovrebbe essere fatto per la messa in sicurezza dell’acquifero del Gran Sasso. Il Presidente Marsilio ha dichiarato che ‘se qualcuno pensasse che del complesso sistema del Gran Sasso si possano salvare acquedotti, percorrenza autostradale e laboratori di fisica nucleare nel rispetto stringente e tassativo della normativa ambientale vigente, sarebbe in malafede o quantomeno ignorante’. L’Osservatorio chiede al Presidente Marsilio: da quando in qua chi invoca il rispetto della legge è in malafede o ignorante? E cosa vuol dire ‘rispetto stringente e tassativo’? Ancora una volta, torniamo a ripetere che la messa in sicurezza dell’acquifero non può essere fatta sacrificando la tutela dell’ambiente e della salute: non deve essere l’acquifero ad adeguarsi alle esigenze dei Laboratori di Fisica Nucleare e delle gallerie autostradali, ma viceversa. Quando si vuole derogare alle norme poste a tutela dell’ambiente e, di conseguenza, a tutela della salute di tutti noi, si sta dicendo che l’interesse generale deve essere sacrificato a degli interessi particolari, nonostante siano ormai 20 anni che questi interessi particolari sanno di rappresentare un pericolo potenziale – che più volte si è manifestato come reale – per un acquifero che rifornisce oltre 700.000 abruzzesi. L’attenzione che il Governo sta mostrando sulla vicenda è importante e molto apprezzabile, ma l’Osservatorio ribadisce nella sua azione dovrà tenere fermi i seguenti aspetti: l’accelerazione delle procedure non può essere a scapito del rispetto della normativa posta a difesa dell’ambiente e della salute umana; la messa in sicurezza deve essere completa e definitiva e di conseguenza i fondi stanziati devono esser sufficienti e gestiti in maniera trasparente; informazione e partecipazione sono due aspetti fondamentali che non possono essere sacrificati; vanno subito messe in atto le operazioni necessarie per rimuovere dai Laboratori le sostanze pericolose che già oggi non potrebbero essere stoccate in strutture poste a contatto con un acquifero”.