Blocco Pesca nel Mar Adriatico: chi mente non piglia pesci?

Nei giorni scorsi una vera e propria psicosi collettiva ha cavalcato le pagine di alcuni media locali di Marche, Abruzzo e altre Regioni che si affacciano sull’Adriatico. “Una bomba è pronta a deflagrare e ad inghiottire in un immenso gorgo le flottiglie pescherecce” scriveva un quotidiano ascolano

La ragione di toni così accessi è il temutissimo blocco della pesca che obbliga i pescherecci a restare in porto dal 26 luglio e per la durata di 43 giorni.

Ma qual è il motivo di questo provvedimento? Sembra che i quotidiani locali abbiano le idee molto chiare: “Siamo stati venduti alle lobby del petrolio”, riporta il virgolettato di uno degli armatori intervistati.

Ma che c’entra il petrolio con le barche dei pescatori? Un quotidiano locale spiega così il suo retro-pensiero: “Come dire: l’isola di Pomo e dintorni fa gola al settore petrolifero. Altrimenti – la conclusione – per ricostituire le risorse ittiche con le aree di tutela non si sterminerebbero le flottiglie pescherecce.”

In pratica, siccome le lobby del petrolio avrebbero interesse a un minuscolo spicchio di mare, sarebbero riusciti a ottenere dal Ministero dell’Agricoltura il blocco della pesca nell’intero Adriatico. Possibile?

Eppure la stessa testata si sofferma sul tema anche il giorno dopo, pubblicando un articolo in cui si riportano le posizioni di vari presidenti delle Regioni adriatiche e ioniche (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Marche, Puglia e Molise) che confermano “la netta opposizione alle trivellazioni nei mari Adriatico e Ionio”. Insomma, la questione sembra chiara: le multinazionali del petrolio vogliono mettere le mani sull’Adriatico e quindi fanno bloccare la pesca, mettendo a repentaglio il lavoro dei pescatori e dei commercianti in piena stagione estiva.

Ma stanno davvero così le cose o è la solita psicosi anti-petrolio avallata e strumentalizzata da alcune associazioni di categoria e ripresa dai media locali?

No, le cose non stanno affatto così. Secondo Repubblica, il blocco c’è e si chiama fermo biologico. È una misura che si adotta da ben 30 anni e serve a permettere alle varie specie di pesci di riprodursi, in modo da non distruggere la biodiversità del mare.

Un provvedimento molto criticato, ovviamente, da Coldiretti Impresapesca, perché si correrebbe “il rischio – sottolinea Impresapesca – di ritrovarsi nel piatto per grigliate e fritture, soprattutto al ristorante, prodotto straniero o congelato, se non si tratta di quello fresco Made in Italy proveniente dalle altre zone dove non è in atto il fermo pesca, dagli allevamenti nazionali o dalla seppur limitata produzione locale dovuta alle barche delle piccola pesca che possono ugualmente operare”.

Il problema, quindi, assume dei connotati completamente differenti: il pericolo non è più rappresentato dalle lobby del petrolio, ma è quello di non mangiare pesce fresco!

Anche in questo caso ci troviamo di fronte alle solite strumentalizzazioni all’italiana, che prevede la diffusione di notizie confuse e poco veritiere.

Sul rapporto tra pesca e petrolio sono stati condotti studi scientifici, come il rapporto del RIE, La coesistenza tra idrocarburi e territorio in Italia, che hanno ampiamente dimostrato come il settore Oil&Gas sia perfettamente compatibile con le altre attività produttive del territorio e sostenibile per l’ambiente e che quindi le piattaforme petrolifere non arrechino alcun danno alle attività della pesca.

Non solo, il rapporto cita anche casi di collaborazione proficua tra i due mondi, come nel caso dell’Emilia Romagna: “La lunga coesistenza tra attività energetiche e ittiche nella Regione non e? stata interessata da scontri di rilievo o opposizioni durature. Al contrario, negli anni Settanta fu raggiunto un accordo tra Agip e i pescatori circa il loro impiego nell’attività di disincrostazione delle piattaforme dalle cozze. Questo coinvolgimento ha portato alla creazione di cooperative che ancora oggi effettuano la raccolta e l’immissione al consumo dei molluschi prelevati dalle parti sommerse degli impianti marini”.

Invece di divulgare notizie poco reali e innescare meccanismi di psicosi collettiva, perché non utilizzare le best practice per avviare uno sviluppo pacifico e sostenibile del territorio?

Diego Vitali blogger goccediverità.it