Grace. Il ritorno

 Ecco, mi sento alquanto imbarazzata.

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È un po’ come quando scelsi di cambiare estetista e abbandonai la vecchia fidata estirpatrice di peluria per la nemesi dei punti neri più conveniente/più vicina. Lì per lì non ci pensai ma arrivò il momento in cui avrei dovuto tornarci per motivi che andavano dall’urgenza alla super-urgenza: tipo che mi avevano regalato un percorso benessere e la mia nuova ancor più fidata “amica di chiacchiere e bulbi piliferi” era chiusa per ferie. Allora imbracciai tutta la faccia da culo che avevo e mi ripresentai dalla vecchia, senza appuntamento, pretendendo che mi rendesse anche lontanamente presentabile alla velocità della luce e facesse finta di niente sui lunghi mesi di latitanza. Per fortuna “faccia da culo” è acronimo di estetista e così mi ritrovai sul lettino, disarmata come in sala operatoria, quasi in preda di una bella dose di valium da preanestesia, a raccontare i fatti miei, persino i più intimi e personali, mentre venivo depilata fin dentro le frogie del naso, in balia di uno stato fisico di dolore e uno mentale di mancata autocoscienza della mia dignità. Acconsentii anche al fatto che lei si fosse fissata sulla necessità di “cerettarmi” la mosca*. L’imbarazzo scomparì, superato di gran lunga da quello che riguardava il mettersi a nudo con tutti i difetti con cui mamma m’ha fatto.

L’estetista conosce con precisione le imperfezioni del nostro corpo e fa finta di niente; le cosce grosse e la peluria più infida per lei sono solo accessori di una bocca che inspiegabilmente le si confida senza che le fosse stato chiesto niente, se non l’educato e di circostanza “come va?”.  L’imbarazzo è quindi concetto riduttivo quanto superabile.

Poi c’è l’altra situazione imbarazzante, quella per cui non sentite da mesi la vostra vecchia coinquilina dell’università. Vi ripromettete di chiamarvi a intervalli regolari, vi date appuntamenti imperdibili su skype, che poi saltate con estrema nonchalance, in una specie di gioco a chi tiene la palla avvelenata. Il tempo passa e le cose da raccontare (nell’ipotesi che non abbiate ciondolato come larve sul divano tra le repliche di “Una mamma per amica” e un pacchetto di Marlboro light) si moltiplicano. La voglia di raccontarle diminuisce, si raffredda. Però in fondo al vostro cuore, in un angolino nascosto nascosto, c’è un pensiero che martella a intervalli alterni, incalza e vi assilla. Sperate che sia l’altra a chiamarvi per un motivo assurdo tipo chiedervi consulenza riguardo “l’uso dei social network per un progetto di Cesare Cadeo sull’Idroscalo di Milano”. È una probabilità che dire assurda è pari a dire che non si avvererà mai. Ma succede e vi ritrovate a parlare come se il tempo (circa due anni) dall’ultimo caffè insieme non fosse passato. Forse le incrostazioni sulla moka sono ancora dove le avevate lasciate. E anche stavolta l’imbarazzo scompare.

E infine c’è l’imbarazzo di Grace. Non saper cosa dire, come dirlo e perché. I motivi possono essere molteplici e di diversa natura. Come ad esempio che per parlare d’amore ci vuole una profonda conoscenza dell’argomento. Non basta improvvisarsi tuttologi con alla mano una discreta maneggevolezza dello strumento Wikipedia. Si rischia di venire scoperti e fare una figura becera.

Sopra tutto, per parlare d’amore ci vuole costanza.

Ecco. Il mio nome non fa rima con costanza. Si potrebbe attingere ad un quantitativo immane di nomi di figure poetiche ma di certo non la RIMA.

SONO L’ANTITESI DELLA COSTANZA, LA SUA NEGAZIONE SOTTO FORMA DI LITOTE. SI POTREBBE PARLARE DI SIMILITUDINE AL CONTRARIO, UNA METAFORA NEGATIVA.

RIMA: NO.

Perciò vi manifesto tutto il mio imbarazzo per questo inaspettato COMEBACK.

Ma non vi prometto nulla. È proprio dalla promessa che nasce la mia insofferenza per la costanza.

Grace (si, sono sempre io)