Crollo di un cornicione a Roma: la protesta dei commercianti isolati nel quartiere Prati

Prati si sveglia con le saracinesche alzate e la strada tagliata in due: transenne, nastro bianco e rosso, sguardi che cercano un varco. In Via Andrea Doria il rumore non è più quello delle tazze del bar, ma dei passi che tornano indietro. E nel mezzo c’è un quartiere che aspetta risposte rapide a un problema concreto.

Chi conosce Prati sa che qui il ritmo è urbano ma gentile. Famiglie, uffici, il Mercato Trionfale a pochi metri, la metro A Ottaviano dietro l’angolo. In questi giorni però la normalità s’è incrinata. La fila dei motorini si interrompe all’improvviso. Le persone girano gli occhi: “Da che parte passo?”. I negozianti allungano il collo per vedere chi arriva. Spesso non arriva nessuno.

Cosa è successo in Via Andrea Doria

Il 3 gennaio 2026 è crollato un cornicione da una palazzina Ater in Via Andrea Doria, pieno quartiere Prati. La zona è stata chiusa con un perimetro di sicurezza. Sono intervenuti i Vigili del Fuoco e la Polizia Locale, come previsto dalle procedure standard. Hanno controllato la facciata, transennato il marciapiede, deviato il traffico.

Ad oggi non ci sono comunicazioni ufficiali su eventuali feriti. Mancano anche tempi certi per la riapertura. In casi analoghi, la “messa in sicurezza” prevede verifiche, disgaggi dei materiali instabili, montaggio di ponteggi e una perizia sulla stabilità. Può richiedere giorni o settimane, a seconda del danno. Qui, intanto, la strada resta parzialmente chiusa. E i commercianti dicono di sentirsi tagliati fuori.

“Siamo isolati da diverse settimane e non interviene nessuno”, è lo sfogo che rimbalza da un bar all’edicola, dal forno alla piccola sartoria. Il punto è semplice: basta spostare di pochi metri il flusso dei passanti perché il negozio all’angolo si svuoti. Se il marciapiede è interdetto e il varco non è segnalato con chiarezza, chi deve comprare il pane cambia strada. E chi doveva “solo dare un’occhiata” non si ferma più.

La voce dei negozi e le risposte attese

Qui nessuno mette in discussione la sicurezza. Ma si chiede organizzazione. Un cronoprogramma pubblico, anche provvisorio. Un varco pedonale protetto dove possibile. Segnaletica grande e chiara: “Attività aperte”. Una gestione della viabilità che non condanni a morte lenta le piccole imprese della via.

La filiera delle decisioni è nota: Ater deve completare le perizie, incaricare l’impresa, garantire i lavori di messa in sicurezza. Il Comune e il Municipio coordinano con la Polizia Locale la perimetrazione e gli accessi. Nei casi riusciti in città, si riapre “a fette”: prima il transito pedonale, poi una corsia, infine la normalità. Qui, per ora, non c’è un calendario ufficiale. E l’incertezza pesa quanto il cemento che è caduto.

Guardando le serrande semialzate, viene in mente una scena semplice: una sedia fuori dal negozio, il titolare che saluta per primo. È l’economia di prossimità, quella che tiene vivi i quartieri. Ogni giorno di chiusura è un giorno in meno di fiducia, prima ancora che di incasso.

Roma ha imparato a convivere con tante emergenze piccole e grandi. Ma la domanda resta: riusciamo a proteggere le persone senza spegnere la strada? In Via Andrea Doria la risposta potrebbe cominciare da un cartello ben messo, da un varco aperto, da un tempo certo. A volte la differenza tra città e cantiere sta tutta nel vedere, anche da lontano, una luce accesa dietro il bancone.

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