È calato il silenzio davanti all’ospedale Monaldi di Napoli, ma il dolore resta. Decine di persone si sono radunate all’esterno del presidio sanitario per un ultimo saluto a Domenico.
Il bambino di due anni è morto dopo un lungo e complesso percorso clinico culminato con un trapianto di cuore lo scorso 23 dicembre. Una battaglia affrontata, come aveva raccontato la madre Patrizia, «da guerriero», fino all’ultimo respiro.

Il piccolo si è spento circondato dai genitori, dai padrini di battesimo e dall’équipe medica che lo aveva seguito in questi mesi. «È stato un momento durissimo», racconta padre Alfredo Tortorella, cappellano dell’ospedale, che ha accompagnato la famiglia nelle ore più drammatiche.
«Ero al suo capezzale dalle prime ore del mattino, dopo aver percepito un peggioramento durante la notte. Ho avvisato l’arcivescovo Battaglia, che ha raggiunto il reparto in breve tempo. Siamo rimasti lì fino alla fine, accanto alla madre. Poco dopo è entrato anche il padre, presente nel momento conclusivo».
Domenico si è spento al Monaldi, il cappellano racconta le ultime ore
La morte del bambino ha suscitato un’ondata di commozione che ha superato i confini cittadini, trasformando una tragedia privata in un dolore collettivo. «Una vicenda che ha scosso l’intero Paese», sottolinea il cappellano. In queste ore, però, alla sofferenza si è aggiunta la richiesta di chiarezza da parte della madre, che in un’intervista televisiva ha chiesto «giustizia» e «verità» su quanto accaduto. Parole che riflettono una rabbia composta ma determinata, maturata dopo settimane di attesa e speranza.
Sui dubbi circolati in merito a un possibile accanimento terapeutico, padre Tortorella invita alla prudenza. «Chi vive quotidianamente l’ospedale conosce la complessità delle scelte mediche. Esiste una legge che disciplina questi aspetti e non si può parlare con leggerezza di accanimento quando non ci sono i presupposti. Non è una questione etica o morale astratta, ma un percorso regolato e condiviso». Il sacerdote ricorda inoltre che i medici oggi al centro delle polemiche sono gli stessi che, in passato, avevano salvato la vita al piccolo.

Il pensiero torna poi alla madre. «Patrizia è una donna di straordinaria forza. Ha ripetuto più volte di non voler far cadere nell’oblio il nome di suo figlio. Le ho detto che non dimenticheremo né Domenico né lei. Ha dato prova di dignità e maternità autentica». Una compostezza che, secondo il cappellano, ha caratterizzato entrambi i genitori lungo tutto il percorso clinico durato due anni e mezzo.
«Gli errori, nella vita come nella medicina, possono accadere, e talvolta hanno conseguenze irreparabili. Ma bisogna riconoscere l’impegno e il cammino terapeutico compiuto», aggiunge. Poi l’ultima riflessione: «Da tragedie come questa si deve trovare la forza di rialzarsi, come comunità e come Chiesa. La testimonianza di questa madre, il suo desiderio che Domenico non venga dimenticato, è già un segno che può generare speranza».
Fuori dall’ospedale, intanto, candele e fiori restano a ricordare un bambino che ha lottato fino alla fine.





