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La tragedia di Chiara a Napoli: i genitori del bambino accusato si difendono, ‘Era con noi, non ha potuto farlo’

Un pomeriggio d’estate, una strada stretta dei Quartieri Spagnoli, un rumore secco. La vita di Chiara si ferma lì, sotto case che si toccano quasi con le mani. Da allora, una città intera prova a capire chi, come, perché. E una famiglia dice: nostro figlio era con noi.

Napoli è abituata a guardare in alto. Qui i balconi raccontano vite intere. Quel 15 settembre 2024, in pieno centro, un oggetto cade dall’alto e colpisce Chiara alla testa. È una ferita che attraversa la città, ma è anche un’indagine che si fa più densa ogni settimana. E oggi torna al punto più delicato: la versione dei genitori del bambino indagato.

Il cuore del caso: cosa sappiamo

I coniugi, sentiti per tre ore dai pm Raffaele Barela e Ciro Capasso, hanno una tesi netta. «Non abbiamo mai perso di vista i nostri figli», dicono. Quel pomeriggio, spiegano, erano tutti in salotto, tv accesa, balcone chiuso, aria condizionata a palla. Una poltrona davanti alla finestra. Una barriera fisica che, secondo loro, rendeva impossibile anche solo affacciarsi.

Gli inquirenti hanno sequestrato due oggetti caduti nel vuoto: un volto antropomorfo e una riproduzione della Dea Nefertiti. In casa c’erano arredi etnici, ma i genitori negano ogni collegamento: «Non riconosciamo quelle statuette». Al momento, non risulta prova pubblica che attesti acquisti o possesso. La difesa parla di indizi, non di certezze. E sottolinea che un processo non si regge su somiglianze.

A metà del racconto arriva il “colpo a sorpresa”. I legali depositano una perizia balistica di parte. Tesi: da quel balcone un oggetto non avrebbe potuto rimbalzare su un piano inferiore e poi colpire una passante in strada con esiti letali. È un’ipotesi tecnica, discussa su distanza, angoli, energia d’impatto. Non vincola l’indagine. Ma chiede di riaprire la mappa della traiettoria. La Procura valuta se disporre nuove verifiche, in un’“istruttoria complessa” già segnata da rilievi e sopralluoghi.

Nel fascicolo ci sono anche messaggi WhatsApp che, secondo ricostruzioni, mostrerebbero timori pregressi della madre. Non abbiamo, però, i testi integrali né la loro cornice precisa. Sono elementi da leggere con cautela, finché non entrano in atti espliciti e verificabili.

Intanto, resta la certezza più amara: Chiara camminava dove camminiamo tutti. E non è più tornata a casa.

Domande aperte e clima nel quartiere

Nei Quartieri Spagnoli la vita scorre per vicoli, fili da bucato e voci che scendono dai piani alti. Lo spazio è verticale e intimo. Qui un oggetto che cade non è un dettaglio: è un pericolo vero. In molte città storiche si segnalano spesso distacchi di calcinacci e piccoli lanci incauti; non ci sono dati unici e aggiornati per questo caso, ma chi vive tra palazzi addossati conosce bene la regola non scritta del “guardare in su”.

Mi colpisce la scena raccontata dai genitori: salotto, finestra chiusa, sedia davanti. Un’immagine domestica, quasi banale. È il tipo di dettaglio che o stride con i fatti o li protegge. In mezzo, c’è l’inchiesta. C’è la scienza delle traiettorie. C’è la memoria, che a volte salva e a volte tradisce.

Ora tocca ai tecnici e ai magistrati stringere il fuoco. Ogni tassello dovrà reggere a controlli incrociati, tempi, misure, compatibilità. Perché la verità, quando scende dall’alto, non può permettersi rimbalzi. E noi, che guardiamo questi balconi, cosa impariamo sul modo in cui abitiamo le nostre case e le nostre strade?

Emilio Annunziata

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