Una porta chiusa. Tre bambini che contano i respiri nella notte. Una madre a pochi metri, fermata da una serratura. In mezzo, carte, procedure e la domanda che brucia: si può proteggere qualcuno togliendogli l’abbraccio più semplice?
Il caso arriva da una casa famiglia di Vasto. Qui, secondo la difesa della famiglia, i bambini dormono con la porta della stanza chiusa a chiave. La madre è nello stesso edificio, ma non può entrare. La misura, spiegano gli avvocati, servirebbe a evitare ricongiungimenti notturni non autorizzati. Il nome che rimbalza è quello dell’assistente sociale Veruska D’Angelo. La decisione, però, viene contestata. I legali parlano di separazione forzata. Raccontano di pianti, ansia, crisi di panico del bimbo di sei anni. E scrivono al Tribunale per chiederne la revoca.
La permanenza della madre nella struttura sarebbe già una deroga all’ordinanza, spiegano gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas. Nelle loro parole, la serratura notturna nasce da una “interpretazione restrittiva” di quanto disposto dai giudici. Dall’altro lato, i responsabili della comunità respingono i toni allarmistici. Dicono che la struttura non è una prigione. Ribadiscono la priorità: il benessere psicofisico dei minori. Chiedono un’informazione “responsabile” e aderente ai fatti.
Ci sono elementi non chiari. Non è pubblico, al momento, il dettaglio integrale dell’ordinanza. Non sappiamo se la chiusura a chiave sia stata formalmente autorizzata dall’autorità giudiziaria o rientri in protocolli interni. È in corso una perizia sulla coppia anglo-australiana coinvolta nella vicenda. Anche questo passaggio pesa sugli equilibri quotidiani della comunità.
La difesa descrive notti lunghe. Il piccolo si sveglia, urla, cerca la madre. Lei arriva, ma tardi. L’immagine è forte. Una porta chiusa diventa un muro d’angoscia. I bambini si sentono colpevoli della distanza. Chi legge riconosce la scena. Ogni genitore sa cos’è un risveglio nel buio. Ogni figlio sa cos’è una maniglia che non gira.
La normativa italiana su affidamento e comunità per minori mette al centro l’interesse del bambino. Le carte dei diritti per chi vive in comunità chiedono ambienti sicuri, ma anche relazioni continue e prevedibili. Le buone pratiche del settore scoraggiano misure “contenitive” come la chiusura a chiave, salvo emergenze documentate, limitate nel tempo e sottoposte a verifica. Di notte, molte strutture puntano su turni di veglia, porte non serrate, routine rassicuranti, supporto psicologico. Non sono dettagli: sono scelte che cambiano il respiro di una stanza.
Un dato aiuta a non perdere la prospettiva. In Italia, secondo gli ultimi numeri pubblici disponibili, oltre 26 mila minori vivono in comunità e case famiglia. Non parliamo di eccezioni. Parliamo di un sistema che deve reggere ogni notte, per migliaia di porte. La letteratura clinica sull’infanzia ricorda che separazioni rigide, specialmente al buio, possono aumentare allarme e disregolazione emotiva. Sono effetti che vanno prevenuti, non gestiti a valle.
Resta una domanda concreta: quale rischio stiamo contenendo con una serratura? È attuale, proporzionato, verificabile? Ogni risposta ha bisogno di trasparenza, monitoraggio, motivazioni scritte e alternative provate. Altrimenti la chiave che promette sicurezza diventa simbolo di distanza.
Forse la scena da immaginare, stasera, è diversa. Una porta socchiusa. Una luce calda in corridoio. Un passo che arriva senza far rumore. E la voce che dice: “Ci sono”. È qui che la tutela smette di essere una formula e torna ad essere relazione. Non è un dettaglio: è la differenza tra dormire e aspettare l’alba.
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