Un contenitore di plastica, non sigillato, simile a quelli comunemente utilizzati per trasportare bevande al mare. Sarebbe stato questo il box impiegato per trasferire il cuore destinato a Domenico, il bambino di due anni deceduto all’ospedale Monaldi di Napoli dopo l’impianto dell’organo risultato danneggiato.
Le immagini del contenitore, mostrate nei giorni scorsi, hanno alimentato lo sconcerto. Secondo quanto emerso dalle prime ricostruzioni investigative, all’interno del box sarebbe stato collocato anche ghiaccio secco, capace di raggiungere temperature di circa -80 gradi, ben inferiori ai -4 del ghiaccio tradizionale utilizzato per la conservazione standard degli organi.

Per gli inquirenti, l’utilizzo del ghiaccio secco all’interno di un contenitore non adeguato potrebbe aver compromesso irrimediabilmente le fibre del muscolo cardiaco, rendendo l’organo inutilizzabile. Un errore ritenuto potenzialmente determinante nell’esito della vicenda.
Il cuore per Domenico e quel contenitore sotto accusa
Al momento risultano sette indagati, tutti appartenenti all’ospedale napoletano, ma l’inchiesta potrebbe estendersi anche a personale dell’ospedale San Maurizio di Bolzano, dove è avvenuto l’espianto. Tra i punti da chiarire c’è la scelta del contenitore: secondo le ricostruzioni, l’équipe avrebbe utilizzato un box frigo tradizionale invece del dispositivo hi-tech in dotazione al Monaldi, del valore di circa 7mila euro.
Una delle ipotesi al vaglio riguarda la mancata formazione del personale sull’utilizzo del sistema tecnologico, circostanza che avrebbe indotto a optare per una soluzione alternativa. Sarà la magistratura a verificare se si sia trattato di una decisione contingente o di una grave negligenza organizzativa. La Procura ha inoltre disposto l’acquisizione dei contenuti dei telefoni dei medici coinvolti per ricostruire comunicazioni e decisioni prese nelle ore cruciali del trasferimento.

Parallelamente all’indagine tecnica sul trasporto, emergono nuovi elementi sul fronte clinico. La madre del bambino, Patrizia Mercolino, ha consegnato in Procura una registrazione audio di un colloquio con il cardiochirurgo che ha eseguito il trapianto il 23 dicembre.
Nella conversazione, risalente al 18 febbraio, il medico avrebbe ammesso di aver rassicurato la famiglia sulla possibilità di un nuovo trapianto “per disperazione”, pur ritenendo che il bambino non fosse effettivamente trapiantabile. Una dichiarazione che, se confermata, solleva interrogativi sul processo decisionale dell’heart team e sull’effettiva valutazione delle condizioni cliniche del piccolo.
Secondo il legale della famiglia, queste parole potrebbero incidere sull’accertamento delle responsabilità, anche in relazione al ruolo del medico curante e alla gestione del percorso terapeutico.
La vicenda, già segnata dalla tragedia della perdita di un bambino, si arricchisce così di nuovi elementi che impongono chiarezza. Toccherà ora alla magistratura ricostruire l’intera catena degli eventi, verificare eventuali omissioni e stabilire se vi siano state responsabilità penali nella gestione di un trapianto che avrebbe dovuto rappresentare una speranza di vita.





