Una madre in attesa: il toccante racconto di Patrizia, tra dolore e speranza per il figlio Domenico

Una madre che conta i respiri e le ore, in un reparto dove le parole pesano. Patrizia parla di Domenico con una tenerezza che non trema, e con una forza che non concede sconti: dolore e speranza, insieme, nella stessa stanza.

“Mi manca il respiro senza mio figlio.” Patrizia lo dice piano, ma non sfugge. C’è il desiderio di normalità, la cameretta in attesa, i piccoli guai di un bambino di due anni che corre e ride. C’è una luce che non si spegne, la chiama così. E c’è un legame che non si spiega, ma si sente: una madre e il suo bambino, vicini anche quando tutto sembra lontano.

Non anticipiamo. Prima restiamo qui, in questa presenza. Patrizia ripete che è stanca, che avrebbe voluto una vita semplice. Ma la sua voce, a ogni frase, mette in fila una direzione: “Vado avanti. Per lui.” È il nucleo di tutto.

Domenico è in attesa. Le sue condizioni sono stazionarie. È il primo in lista d’attesa. C’è la “massima allerta”. Ogni giorno si aspetta un trapianto di cuore possibile, compatibile, sicuro. La madre non usa parole difficili: vuole suo figlio a casa, vuole sentirlo ridere. È un desiderio netto, senza giri.

Hanno detto “cuore bruciato”. È un’etichetta giornalistica, non un termine clinico. Indica, nel racconto pubblico, un organo che potrebbe essere stato compromesso. Il caso riguarda l’ospedale Monaldi di Napoli. Sulle responsabilità, al momento, non ci sono esiti ufficiali resi noti. Le indagini seguono il loro corso. È giusto dirlo con chiarezza: i fatti vanno accertati, i ruoli distinti, le procedure verificate.

Cosa sappiamo sull’attesa e sul trapianto

Una cosa è certa: nei trapianti pediatrici di cuore i margini sono stretti. Contano peso e misure del piccolo ricevente. Conta la compatibilità. Conta il tempo di ischemi­a, ossia il periodo in cui il cuore resta fuori dal corpo. Ogni minuto è misurato. In Italia la priorità si gestisce a livello nazionale, con criteri che definiscono l’urgenza anche per i bambini. Pochi centri eseguono questi interventi. Gli organi disponibili sono rari. Per questo “essere il primo” in lista significa allerta continua e un coordinamento serrato tra équipe, trasporto, terapia intensiva e sale operatorie.

Domenico, oggi, aspetta un cuore nuovo. Patrizia lo dice senza enfasi: “È una speranza fragile ma concreta.” La concretezza è fatta di telefonate notturne, di valigie pronte, di esami ripetuti. È fatta anche di silenzi, quando non arriva nessuna chiamata. Chi vive un trapianto lo sa: si regge su una soglia. Un passo oltre è troppo, un passo indietro non basta.

Donazione, fiducia e responsabilità pubblica

Senza donazione di organi non c’è trapianto. Ogni cuore donato nasce da una scelta difficile e generosa. È un patto di fiducia. Richiede trasparenza, regole chiare, controlli efficaci. Quando qualcosa non torna, la comunità deve saperlo. Non per cercare un colpevole a ogni costo, ma per garantire sicurezza, tracciabilità, verità. Nel caso di Napoli, non ci sono ancora documenti conclusivi accessibili al pubblico: lo stato degli accertamenti non è definito. Fino ad allora, prudenza e rispetto.

In questa storia, la parola “speranza” non è retorica. È metodo. Patrizia lo mostra. La sua forza non urla. Tiene il ritmo. Fa spazio a Domenico perché resti un bambino, non un caso clinico. È questo che muove: riportarlo a casa, alle sue corse, al disordine buono dell’infanzia.

C’è una domanda che resta nell’aria, mentre la notte scorre sui reparti: quante volte un Paese sa fermarsi sul bordo di un lettino e dire, con onestà, “Siamo con te”? Forse la risposta sta in gesti minuscoli e precisi. In un cuore che arriva in tempo. In una porta che si apre piano, e una madre che finalmente sussurra: “Andiamo.”

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