Napoli aspetta con il fiato sospeso. Al Monaldi oggi si decide il destino di un bambino, sospeso tra un possibile ritrapianto e l’ipotesi di un cuore artificiale. La stanza è piena di macchine e di attese; fuori, le famiglie contano le ore.
C’è una certezza: il bambino sta molto male. La sua è una corsa contro il tempo. I medici parlano poco. Le parole hanno un peso enorme quando ogni parametro è fragile.
L’équipe multidisciplinare del Monaldi si riunisce per la nuova valutazione clinica. Il quadro è complesso. Dopo il fallimento del trapianto di cuore di dicembre, il bambino è sostenuto dall’Ecmo da 55 giorni. L’uso prolungato di questa macchina salva-vita comporta rischi crescenti: sanguinamenti, infezioni, complicazioni trombotiche. Ogni giorno in più è un equilibrio più sottile.
Il consulto del Bambin Gesù è chiaro e duro. I medici romani parlano di «condizioni sistemiche incompatibili» e di «fattori clinici prognostici altamente sfavorevoli per un ritrapianto precoce». Il bambino ha un’emorragia cerebrale, un’infezione non controllata e una severa insufficienza multiorgano: polmoni, fegato, reni. In queste condizioni, un nuovo intervento sarebbe ad altissimo rischio.
Il Monaldi, però, ha finora tenuto aperta una porticina. «In teoria», dicono, il ritrapianto resta possibile. Ed è qui che si stringe la scena: oggi la decisione dovrà pesare scienza, etica, tempo. E dovrà farlo guardando oltre i numeri.
Si è affacciata anche l’idea del cuore artificiale come soluzione-ponte. In pratica, un dispositivo meccanico che aiuta a guadagnare tempo. Ma nello specifico caso, questa strada appare poco praticabile. È circolato il nome del cardiologo Claudio Russo del Niguarda, ma dall’ospedale milanese è arrivata una precisazione netta: nessuna interlocuzione, nessuna presa in carico. Anche questo dice qualcosa del livello di difficoltà.
In corsia, il silenzio non è mai vuoto. Lo riempiono i bip regolari dei monitor e i passi lenti dei parenti. Quando la tecnica si ferma, restano gli sguardi. E la domanda essenziale: quanto intervento è ancora possibile, e quanto è giusto?
Intanto la procura di Napoli indaga. Sei tra medici e operatori sono iscritti per lesioni colpose. Al centro, il trasporto dell’organo: sarebbe arrivato in un contenitore di plastica, con ghiaccio secco al posto di quello tradizionale, e senza sistemi di controllo della temperatura. Gli accertamenti ipotizzano che il cuore possa essere sceso fino a -80 gradi, compromettendo la funzionalità prima dell’impianto. Lavorano i Nas di Napoli e Trento, insieme agli ispettori del ministero e della Regione. Sarà la magistratura a stabilire responsabilità e nessi causali. Oggi, non c’è una verità giudiziaria definitiva.
La madre, Patrizia Mercolino, chiede una cosa sola: «Voglio che mio figlio guarisca e torni a casa». In quell’“a casa” c’è tutto: scuola, tazze sul tavolo, una porta che si chiude piano. La medicina prova a misurare l’imponderabile. Ma certe giornate, come questa, mettono alla prova anche chi è abituato a scegliere con freddezza.
Forse il punto non è solo decidere se ritrapianto o cuore artificiale. Forse è imparare a stare, con lucidità e umanità, dove finisce la tecnologia e comincia la cura. Se oggi fossimo noi a sedere davanti a quella porta, cosa vorremmo sentire dire, davvero?
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