Pochissimi ricordano o conoscono la benedizione dell’Epifania: come si fa l’antico rito cristiano con il gesso e quali formule pronunciare.
Per molto tempo ho pensato che fosse solo una tradizione folkloristica locale, una di quelle usanze di montagna che sopravvivono più per abitudine che per reale significato religioso. Poi l’ho vista praticare davvero.

Alcuni miei parenti che vivono in Alto Adige, ogni anno, il giorno dell’Epifania, benedicono la casa scrivendo con il gesso sopra la porta d’ingresso: un gesto semplice e silenzioso, ma preciso. Da lì è nata una domanda spontanea: è davvero una tradizione cristiana autentica o solo una leggenda popolare tramandata nel tempo? Per rispondere, ho deciso di documentarmi.
Benedizione dell’Epifania, il rito del gesso esiste davvero: come si fa
In Alto Adige e Sud Tirolo, la benedizione della casa all’Epifania non è affatto scomparsa. In molte parrocchie, soprattutto nei piccoli centri, durante la Messa del 6 gennaio il sacerdote benedice il gesso insieme all’acqua. Poi i fedeli lo portano a casa e compiono la benedizione domestica in famiglia.
Ho scoperto che per chi la pratica non è un gesto superstizioso, ma un momento di fede vissuta, spesso accompagnato dalla lettura del Vangelo dell’Epifania o da una breve preghiera comune. È anche un’occasione educativa: i bambini imparano il significato dei Magi, del viaggio, della visita di Cristo alle case degli uomini.
In cosa consiste davvero il rito?
Dal punto di vista della Chiesa, questa pratica rientra nei sacramentali, come indicato dal Benedizionale. Non è un sacramento, non è obbligatoria e non sostituisce la benedizione della casa fatta dal sacerdote, ma è pienamente legittima e riconosciuta.
Il rito è molto semplice e segue uno schema preciso:
- Il gesso viene benedetto durante la liturgia dell’Epifania;
- A casa, sull’architrave o sullo stipite della porta, si scrive: 20 + C + M + B + 26
- Durante o dopo la scritta, si recita una preghiera di benedizione della casa, chiedendo a Cristo di abitare quel luogo e proteggere chi ci vive.
Le lettere C, M e B sono tradizionalmente associate ai nomi dei Magi ovvero Caspar, Melchiorre e Baldassarre ma hanno anche un significato teologico più profondo: sono l’acronimo latino di “Christus mansionem benedicat”, cioè “Cristo benedica questa casa”. I segni di croce richiamano la presenza salvifica di Cristo e 2026 è l’anno a cui si fa riferimento. Chi non riesce il 6 gennaio, può chiedere al proprio sacerdote di riferimento la possibilità di ripetere il rito la domenica successiva alla festa dell’Epifania.
Una tradizione più diffusa di quanto sembri: dove si fa la benedizione con il gesso
Approfondendo, ho scoperto che questa usanza non è limitata all’Alto Adige. È presente anche in alcune zone del Trentino e del Friuli, in comunità di area germanofona ed in monasteri e parrocchie legate alla riscoperta delle tradizioni liturgiche. Negli ultimi anni, complice anche il desiderio di una fede più concreta e domestica, sempre più famiglie stanno riscoprendo questo gesto, anche in altre regioni d’Italia.
Quella che pensavo fosse una leggenda si è rivelata una tradizione cristiana autentica, antica e documentata, capace di parlare anche al presente. In un tempo in cui la casa è tornata ad essere il centro della vita quotidiana, benedirla all’Epifania diventa un gesto profondamente attuale. Un segno discreto, visibile solo a chi entra, ma che ricorda ogni giorno ciò che la scritta annuncia: Cristo è invitato ad abitare quella casa, proprio come i Magi entrarono nella casa di Betlemme.





