La chiamata più attesa non porta certezze, ma una frase semplice: “Grazie, ma desidero solo un cuore per mio figlio”. È la storia di Patrizia, di un bambino che resiste, e del tempo che stringe.
Un Cuore per Mio Figlio: la Disperata Battaglia di una Madre per la Vita del suo Bambino
“Grazie, ma desidero solo un cuore per mio figlio. E vederlo tornare a casa guarito.” Patrizia lo ha detto alla premier Giorgia Meloni, che l’ha chiamata per promettere “Avrete giustizia”. Sono 58 giorni che suo bambino, due anni e quattro mesi, lotta attaccato alle macchine. Dal 23 dicembre, quando il trapianto che doveva salvarlo è diventato un incubo. L’organo arrivato da Bolzano potrebbe essere stato danneggiato nel trasporto, forse “bruciato” dal ghiaccio secco. Non c’è una conferma definitiva. C’è un corridoio d’ospedale, un letto, un respiro sospeso.
Lei abita a Nola, è originaria di Buscate, e non molla: “Ho chiesto un terzo parere. Sto con mio figlio tutti i giorni, mi hanno dato un permesso speciale”. Al Monaldi lo definiscono “stabile in un quadro di grave criticità”. Una contraddizione apparente, che qui ha il volto di un bambino testardo come la vita. Patrizia lo chiama “guerriero”. E in effetti resiste.
L’attesa, il coraggio, la richiesta di un cuore
La richiesta è una sola: un cuore compatibile. La rete dei doni lo sa, ma il tempo corre più veloce della burocrazia e delle possibilità cliniche. Nel frattempo c’è un documento lungo tre pagine, firmato dall’Ospedale Bambino Gesù. Il parere è netto: niente ritrapianto ora. I motivi non sono opinioni. Sono appunti clinici: una emorragia cerebrale che rischia di peggiorare con gli anticoagulanti necessari all’intervento; un’infezione in corso che rende fragile ogni difesa; una insufficienza multiorgano che coinvolge polmoni, reni e fegato. Parole dure come sassi. Eppure, chi ha passato notti in terapia intensiva sa che anche lì, tra monitor e allarmi, la speranza è un lavoro quotidiano.
Io, davanti a questa storia, mi fermo su un dettaglio: l’ostinazione calma di una madre che distingue tra giustizia e cura. “Giustizia” è importante. Ma oggi, per lei, conta solo un organo vivo, integro, che batta al posto giusto.
Tecnologia e limiti: cosa significa vivere in ECMO
A tenere in vita il piccolo è l’ECMO. Non è una cura, è un ponte. Il sangue esce dal corpo, passa in una membrana che lo ossigena e rientra. Nel suo caso è ECMO veno-arteriosa: sostiene la pressione e porta ossigeno agli organi. È una meraviglia tecnologica e, insieme, un promemoria dei limiti. Più a lungo resta, più crescono le complicanze: coaguli, emorragie, infezioni. I dati del registro internazionale ELSO sono chiari: oltre i 28 giorni, la sopravvivenza scende attorno al 13%. Qui i giorni sono quasi il doppio. Non è una sentenza, è un contesto. E il contesto pesa.
Si può chiamare tutto questo “speranza”? Forse sì, se la intendiamo come lavoro di squadra: medici che valutano, centri che parlano tra loro, famiglie che reggono. E una comunità che, davanti alla parola “trapianto”, pensa alla donazione come a un gesto quotidiano, non eccezionale.
Intanto, in una stanza luminosa troppo tardi, una sedia resta accanto al letto. Una mano grande copre una mano piccola. La macchina fa rumore, il ritmo è costante. Fuori, qualcuno potrebbe avere la possibilità di cambiare quel ritmo. Se fosse tuo figlio, cosa vorresti trovare quando apri la porta della terapia intensiva?





