Dieci minuti e una famiglia si spezza. Un padre resta fuori dal cancello, tre bambini dentro una casa-famiglia, una madre stanca. In mezzo, una scelta educativa discussa e un casolare da sistemare. Questa è la storia di Nathan, ma parla anche di noi.
Li hanno separati in fretta. Nathan guarda il cancello e si aggrappa a un abbraccio breve. Racconta dei gatti, dei bambini che chiedono della loro stanza. Dice che sistemerà il casolare. Bagno interno. Una camera in più. Riscaldamento adeguato. Promette di farlo subito. Su una cosa, però, non vuole cedere: la loro scelta di unschooling.
Fin qui, il dolore. Poi arrivano le domande. Cosa è successo davvero? Non abbiamo accesso agli atti del tribunale per i minorenni. Non conosciamo le motivazioni integrali. Sappiamo solo ciò che Nathan riferisce. E sappiamo che, in Italia, tra i minori fuori famiglia ci sono ogni anno oltre 25 mila ragazzi in comunità e case-famiglia. Durate variabili. Verifiche periodiche. Rientri possibili quando ci sono le condizioni. È un sistema imperfetto, ma con regole chiare.
In Italia l’istruzione parentale è legale. La Costituzione riconosce il diritto-dovere dei genitori all’educazione. La normativa richiede una comunicazione annuale al dirigente scolastico. E prevede una verifica o un esame di idoneità alla fine dell’anno, presso una scuola statale o paritaria. L’unschooling non è nominato nelle leggi. È una filosofia interna all’istruzione parentale: si impara partendo dagli interessi reali del bambino, senza programmi rigidi. La legge, però, chiede di garantire i traguardi minimi delle Indicazioni nazionali.
Qui sta il punto caldo. È possibile coniugare apprendimento spontaneo e obbligo scolastico? In molti ci provano. Alcuni documentano con diari di bordo, portfolio, progetti. Altri chiedono colloqui periodici con la scuola. Esempi concreti: matematica misurando il legno per un pollaio, italiano scrivendo lettere ai nonni, scienze coltivando un orto. Funziona se c’è continuità, sicurezza, e un confronto leale con la scuola. Negli anni della pandemia l’istruzione parentale è cresciuta molto. Oggi i numeri sono tornati più stabili, ma la pratica resta diffusa. I controlli esistono e, quando mancano garanzie, scattano richieste formali.
Lo Stato interviene per tutelare l’interesse del minore. Vale per la scuola, ma anche per la casa. Bagno interno, spazi adeguati, impianti sicuri: sono requisiti basilari. Senza, è possibile che un giudice chieda un rientro graduale solo dopo i lavori. A volte basta poco. A volte ci vogliono perizie, tempi tecnici, ulteriori verifiche. La separazione è un’extrema ratio. Può durare mesi. Può finire con un ricongiungimento se le condizioni migliorano.
Nathan dice: “Sistemerò tutto, ma sull’educazione non torno indietro”. La via stretta è questa: fare i lavori, mettere per iscritto un patto educativo con la scuola, preparare i bambini alle prove annuali, tenere traccia degli apprendimenti. Portare fatti, non solo idee. Chiedere tempi chiari e incontri frequenti. E proteggere i bambini dal rumore dei social: la loro vita non è un talk show.
C’è un’immagine che resta. Un casolare silenzioso. Tre paia di stivali vicino alla porta. Un padre che ripara una finestra e pensa a una lezione di vento, travi e misura. Chi decide come si impara a vivere? Forse la risposta è nel punto in cui libertà e responsabilità si stringono la mano, senza cancellare le voci dei più piccoli.
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