Tre bambini in una stanza ordinata, quaderni sul tavolo, voci che rimbalzano tra corridoi e finestre chiuse. Intorno, adulti che discutono, telefoni che squillano, firme e relazioni. In mezzo, il desiderio semplice di tornare a casa e l’incastro difficile tra regole, affetti e paura di sbagliare.
Conflitti e ostilità: la difficile situazione dei bambini di Palmoli tra assistenti sociali e genitori
A Vasto, dal 20 novembre, i tre minori cresciuti nel bosco di Palmoli vivono in una struttura protetta. La responsabile, Lucia Fiorillo, dice che la madre dei bambini, Catherine Birmingham, è “spesso ostile e squalificante” verso i tentativi degli assistenti sociali. Secondo lei, la donna non si fida di nessuno. I piccoli, di riflesso, “sono arrabbiati con tutti perché vogliono tornare a casa”. Il punto è lì, nel cuore di ogni decisione: il ritorno a casa.
La relazione dell’ASL aveva aperto uno spiraglio. Parlava di ricongiungimento graduale e possibile. Ma la struttura e i Servizi sociali descrivono oggi un quadro di “conflitto permanente”. È il motivo con cui chiedono che i minori restino in comunità, almeno per ora. Qui realtà e percezioni si scontrano. E la sensazione, per chi guarda da fuori, è che ogni passo avanti costi due passi indietro.
Il nodo del conflitto quotidiano
I legali della famiglia sostengono che la madre viva nello stesso edificio dei figli e possa vederli solo ai pasti. La struttura smentisce. Non sono disponibili atti pubblici che chiariscano questo punto. La convivenza forzata, se c’è stata, avrebbe acceso discussioni. L’attrito con l’assistente sociale Veruska D’Angelo è forte. Il 29 gennaio i difensori della famiglia anglo‑australiana hanno depositato un esposto. L’Ente d’Ambito sociale, però, non aprirà procedimenti disciplinari: per l’ente, D’Angelo ha agito correttamente e non ci sono indizi di pregiudizio.
Il tema scuola pesa. L’insegnante che segue i bambini in comunità avrebbe chiesto il supporto di un’educatrice interna. Birmingham si sarebbe opposta con decisione. La responsabile sostiene che i minori hanno assorbito il rifiuto materno. Da qui, la proposta: limitare la presenza della madre a “visite concordate”, anche fuori struttura. È una posizione chiara, ma resta una scelta gravosa. Perché tagliare la quotidianità è sempre un colpo all’ordinario legame.
Scuola, salute e il peso delle scelte
Sul fronte sanitario, i bambini risultano immunizzati. Durante le vaccinazioni, la madre ha espresso contrarietà. I piccoli si sono agitati. Con l’aiuto di entrambi i genitori, le dosi sono state somministrate. È un dettaglio concreto: quando gli adulti si allineano, anche faticosamente, i bambini reggono meglio l’urto.
Gli incontri con il papà Nathan Trevallion, che vive fuori, vengono descritti come positivi. I minori giocano, si rassicurano. Lui offre notizie degli animali di casa. Mostra interesse e “contiene” le emozioni. È una figura di supporto, dicono i servizi. Questi momenti, a prescindere dalle carte, sono ossigeno.
Mi torna in mente un’immagine semplice: un quaderno aperto, una pagina a righe, una penna che scorre. Serve la stessa pulizia nella scrittura delle decisioni. Pochi divieti, parole chiare, un patto minimo tra genitori, assistenti sociali e struttura. Obiettivi misurabili: frequenza scolastica regolare, orari di visite protette stabili, passi verificabili verso il ricongiungimento familiare. Piccoli successi, messi in fila, valgono più di un colpo di teatro.
Alla fine, resta una domanda che non fa rumore ma pesa: chi, domani mattina, accompagnerà questi tre bambini al loro banco, con la mente libera abbastanza da seguire una lezione e il cuore pieno abbastanza da sentirsi al sicuro?




