Una madre cammina fuori dal campus di Sion, stringe un cartello con il volto di suo figlio e guarda negli occhi chi ritiene responsabile. Dentro quello sguardo non c’è retorica: c’è una domanda nuda su giustizia, responsabilità e porte che, in una notte di panico, non si sono aperte.
Non esiste perdono, dice Vinciane Stucky. La sua voce è ferma. Parla di rabbia che non passa, di un dolore che non si addomestica. Tiene le foto di Trystan e chiede solo questo: che chi è in aula veda i suoi occhi. Identici ai suoi, identici a quelli che ha perso.
La scena è semplice e feroce. Un interrogatorio. Parole che scivolano. Versioni che tremano. Lei si arrabbia quando sente “non ricordo”. Si spezza quando rivede i video. Racconta una porta di emergenza chiusa a chiave. Racconta corpi che spingono e ragazzi che cadono. Racconta un figlio che torna indietro per aiutare un amico. E non torna più.
Questi sono i suoi racconti, portati in un’aula e davanti alla stampa. Molti dettagli sono oggetto di indagine. Alcune accuse sono contestate e saranno verificate dai giudici. Al momento non esistono riscontri pubblici completi su ogni passaggio operativo di quella notte. È importante dirlo, perché la verità processuale si costruisce con perizie, documenti, testimonianze incrociate.
Quando la sicurezza fallisce
C’è però un punto netto, non negoziabile: in caso di incendio, le uscite di emergenza devono essere libere e immediatamente apribili dall’interno. Le norme di sicurezza antincendio lo ribadiscono da anni. Le esercitazioni contano. La segnaletica chiara conta. La manutenzione costante conta. Le cronache internazionali ci hanno insegnato che il fumo uccide in minuti, che l’orientamento va allenato, che ogni porta bloccata moltiplica il rischio.
Se davvero una porta era “chiusa a chiave”, lo accerteranno i tecnici. Se un corridoio era saturo di fumo, lo diranno i rilievi. Se mancava personale formato, lo fisseranno gli atti. Qui non servono slogan. Serve una catena dei fatti pulita: chi sapeva cosa, quando, con quali procedure. È l’unica risposta possibile a un’ingiustizia che oggi appare inaccettabile.
Cosa resta a chi sopravvive
Resta la comunità. Resta una madre che dice: “Oggi mi sento la madre di 116 ragazzi feriti nel corpo e nell’anima”. Quel numero circola tra le famiglie; non c’è ancora un dato ufficiale pubblico e consolidato sui feriti. Ma il punto non cambia: una città intera si misura con il trauma. La psicologia dell’emergenza lo ripete da tempo: chi perde un figlio affronta rischi elevati di depressione, insonnia, isolamento. Serve supporto continuativo, non solo fiori e saluti in ospedale.
Resta anche la distanza delle autorità, percepita e raccontata. Si parla di lettere uguali per tutti, di telefonate mai arrivate, di visite lette come facciata. Forse è un problema di tempi istituzionali. Forse è un difetto di empatia pubblica. In ogni caso, qui la fiducia si ricuce con gesti concreti: incontri, cronoprogrammi, dati aperti, responsabilità chiare.
Per una comunità, la giustizia non è vendetta. È verità verificata e impegni misurabili. Porte che da domani non si chiudono. Allarmi che funzionano. Piani di evacuazione provati con ragazzi e docenti, più volte l’anno. Trasparenza sugli appalti, sulle certificazioni, sulle ispezioni. È noioso? Sì. È ciò che salva.
Intanto lei, la madre, continua a guardare negli occhi chi passa. Dice che nei suoi c’è ancora Trystan. Forse la domanda, allora, è questa: quando alzeremo anche noi lo sguardo, e cosa troveremo dietro ogni porta che affidiamo ai nostri figli?





