Un paese sotto la pioggia, una bara bianca, una foto grande sul sagrato. L’addio a Zoe non è solo dolore. È un filo teso tra chi resta e chi non c’è più, una promessa mormorata tra mani strette e sguardi bassi: trasformare l’assenza in cammino.
Una città che si stringe
A Nizza Monferrato il tempo si è fermato. La comunità si è riunita alla chiesa di Sant’Ippolito per l’ultimo saluto a Zoe Trinchero, ragazza di 17 anni uccisa nella notte tra venerdì 6 e sabato 7 febbraio. C’erano in tanti. Centinaia. Sotto la pioggia, in silenzio.
Sul sagrato, una gigantografia. Il volto di Zoe, i lineamenti gentili, un sorriso che diceva presenza anche in mezzo all’assenza. Accanto, le parole della madre, Mariangela Auddino. Un sogno breve. Lei bionda, sfuggente. Un sorriso che riporta un po’ di pace. «Mi sono svegliata quasi serena», ha scritto. È il coraggio di chi regge lo sguardo alla realtà e insieme chiede aiuto: «Vola tesoro e aiutami a non sentire solo rabbia».
Ai funerali c’era anche Naudy Carbone, il ragazzo che, secondo quanto emerso dalle cronache giudiziarie, l’indagato Alex Manna avrebbe provato a indicare come responsabile. Le indagini restano materia degli inquirenti e i dettagli non sono tutti pubblici. È giusto ricordarlo: quando la giustizia parla, lo fa con atti e tempi precisi. Fino ad allora, rispetto e prudenza sono doveri civili.
In chiesa, don Claudio Montanaro ha preso la parola. La sua omelia ha puntato dritta al cuore degli amici di Zoe. Ha detto di non sprecare il tempo. Di non perdere il viaggio. Parole semplici. Necessarie.
A metà cerimonia il dolore si è fatto chiaro: non c’era solo un addio. C’era già un appello.
Da un addio, un compito
Cosa resta di una vita spezzata? Resta una comunità. Resta la responsabilità di trasformare il vuoto in scelte quotidiane. Gli amici di Zoe possono farlo in modo concreto: tenere vivi i suoi progetti, sostenere iniziative a scuola, promuovere spazi di ascolto tra pari. Piccoli gesti, effetti misurabili. La memoria, se non agisce, si spegne. Se agisce, educa.
Nelle ore dopo i funerali, molti hanno raccontato di Zoe con episodi semplici. Una mano tesa, una risata a ricreazione, una playlist condivisa. Sono dettagli minimi. Ma sono proprio questi dettagli a dirci che cos’è una presenza “impagabile, irripetibile”. Non servono frasi altisonanti: basta chiamare le cose col loro nome. Dolore. Speranza. E la verità dei fatti.
Sui fatti, vale una nota chiara: la morte di Zoe è oggetto di un procedimento penale. Gli elementi diffusi pubblicamente parlano di una notte breve e confusa. Non tutto è noto. Non tutto è dicibile. Le autorità competenti hanno l’onere di accertare responsabilità e dinamiche. A noi, oggi, resta il dovere di proteggere la dignità delle persone coinvolte, senza cedere a speculazioni.
Poi c’è l’altra metà della storia, quella che non finisce qui. Quando don Claudio ha invitato i ragazzi a “buttare giù i sogni anche per lei”, in molti hanno annuito. È un invito che muove i passi. Vale per tutti: per chi va a scuola, per chi lavora, per chi cerca ancora la propria strada. Viene voglia di fare una cosa semplice, già da domani. Mandare un messaggio a un amico che si è perso di vista. Offrire un passaggio. Ascoltare senza fretta. Piccole vite grandi.
La foto sul sagrato resta negli occhi. Non dice “fine”. Dice “inizio”. E allora, quando torneremo a casa e chiuderemo la porta dietro di noi, quale sogno scriveremo sul primo foglio libero, perché un pezzo di Zoe resti in cammino con noi?





