Tragedia a Bitonto: Muore in un incidente stradale il 17enne Gianvito Carelli, passeggero di un’auto guidata da un amico

Una notte d’estate, una strada di campagna, tre amici di ritorno. A Bitonto il silenzio si è spezzato all’improvviso: uno schianto, le sirene, la corsa inutile dei soccorsi. Il 17enne Gianvito Carelli non c’è più. Restano domande, carezze a vuoto, una comunità che stringe forte i ricordi.

Succede spesso. Si esce tardi, si ride, si alza il volume. La strada sembra domestica. Le curve familiari. In Puglia, i muretti a secco accompagnano il buio. Poi basta un attimo. Un calo di attenzione. Un riflesso mancato. E tutto cambia.

È quello che è accaduto a Bitonto, in provincia di Bari, attorno alle 2 di notte di sabato. Un’auto è uscita di carreggiata. Ha toccato un muretto. Ha superato una recinzione. Ha finito la sua corsa contro un ulivo. Un incidente stradale secco, brutale, come una parentesi che si chiude di colpo.

La dinamica e le indagini

A bordo c’erano tre ragazzi. Un 19enne alla guida, un amico di 18 anni dietro, e sul sedile anteriore, lato passeggero, Gianvito Carelli, 17 anni. Viaggiavano su una Jeep Renegade a noleggio. Secondo una prima ricostruzione, ancora da confermare, chi guidava avrebbe perso il controllo del mezzo per cause in accertamento. Si ipotizza la stanchezza, ma non ci sono elementi certi.

Il suv è andato fuori strada. Ha impattato prima un muretto a secco, poi una recinzione e infine un albero di ulivo. L’urto è stato violentissimo. I sanitari del 118 sono arrivati in pochi minuti. Per Gianvito Carelli, però, non c’è stato nulla da fare. Aveva 17 anni. Una quinta superiore davanti. Un futuro che stava prendendo forma.

Gli altri due ragazzi non sono in pericolo di vita. Il 18enne ha riportato politraumi. È ricoverato al Policlinico di Bari. Il 19enne è stato trasportato all’ospedale Di Venere per gli accertamenti clinici. Sono in corso alcol test, drug test ed esami del sangue. Al momento non risultano esiti ufficiali. Le forze dell’ordine lavorano sui rilievi. La macchina è sotto sequestro, come da prassi.

Accanto ai verbali restano dettagli che colpiscono. Le pietre del muretto spostate di pochi centimetri. La rete smagliata. Le foglie d’ulivo impigliate nel parabrezza. Segni discreti che raccontano tutto senza fare rumore.

La città ferita, la scuola in silenzio

La notizia ha toccato la città come un’onda fredda. All’Istituto Vespucci, dove Gianvito frequentava la quinta, oggi pesa il vuoto. La scuola ha scritto parole semplici e vere. Ha ricordato “il suo sorriso, la sua dolcezza, il suo altruismo”. Dettagli che chi lo conosceva pronuncia sottovoce, quasi a non spezzarli.

C’è un banco che resterà fermo. Ci sono chat che si accendono e si spengono senza trovare le parole. Gli amici ripercorrono la serata come una mappa, alla ricerca di un punto in cui cambiare rotta. I genitori abbracciano foto recenti. In quelle immagini, Gianvito guarda dritto. Sembra dire: andiamo, che è tardi.

Di notte, la strada chiede rispetto. Non è mai una nemica, ma non perdona. Fermarsi se cala la palpebra. Dividersi la guida. Tenere le distanze. Sono gesti piccoli. Diventano scudi. Non cambiano ciò che è accaduto, ma possono cambiare ciò che accadrà.

Resta un ulivo, saldo al margine dell’asfalto. Resta una comunità che promette di ricordare con fatti, non solo con fiori. E a noi, che leggiamo, una domanda semplice e difficile: quale cura possiamo mettere, stanotte, tra noi e il buio della strada?

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