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Dolore e Rimpianti: Il Tormento di una Madre per la Tragica Perdita della Figlia

Una madre cammina tra i minuti di una sera qualunque e le domande che non passano. Il suo sguardo torna a quel telefono, a quel “tutto bene”, al patto di fiducia costruito giorno dopo giorno. Nel mezzo c’è il vuoto di una perdita che non ammette ritorni, e un dolore che chiede solo di essere guardato senza giudizio.

La voce di Mariangela è ferma, eppure ti arriva sottopelle. Parla di Zoe con orgoglio semplice. Una ragazza di 17 anni, curiosa del mondo, con il desiderio di studiare Psicologia. C’erano appunti sul futuro: la patente, una macchina scelta insieme, piccoli risparmi ogni mese. Cose normali, quindi preziose.

Quella sera lei la sente. Scambiano parole concrete. Tutto sembra a posto. Amici, orari, gli spostamenti detti con naturalezza. Una famiglia che si fida, che si avvisa, che si protegge. L’educazione in casa non è un elenco di divieti, ma un invito alla verità, al “no” quando serve, al rispetto del corpo, dell’amicizia, dell’ascolto.

Poi, all’improvviso, l’impensabile. E quel pensiero che corrode ogni genitore in lutto: se avessi chiamato, se l’avessi fatta rientrare, se avessi intuito. La mente scorre a ritroso e cerca una colpa. Gli esperti lo sanno: il senso di rimpianto si aggrappa ai dettagli più piccoli quando la realtà è intollerabile. Non consola, ma dice una cosa vera: il peso non è di chi ha amato bene.

La voce di una madre, i fatti che restano

La sera del 6 febbraio finisce in tragedia. Secondo gli atti, un ventenne, reo confesso, Alex Manna, uccide Zoe e ne occulta il corpo nel rio Nizza. Le indagini hanno ricostruito tempi e responsabilità essenziali; restano ancora aree non chiarite e il movente completo non è pubblico. Mariangela non cerca alibi né colpe sparpagliate. Indica l’unico responsabile della scelta criminale. Il resto è un cerchio di lutto: il padre, le sorelline, Andrea, gli amici, la comunità che si stringe e prova a reggere lo sguardo.

La tentazione di trasformare ogni tragedia in un caso-scuola è forte. Ma qui c’è una stanza, ci sono fotografie, ci sono progetti interrotti. C’è una madre che si chiede se, anziché insegnare ad ascoltare e a confrontarsi, avrebbe dovuto insegnare a non fermarsi mai, a scappare sempre. Una domanda legittima, eppure ingiusta con se stessa. Perché la violenza richiede maturità da entrambe le parti, dice lei. E quando la maturità non c’è, quando qualcuno sceglie l’abuso, l’educazione ricevuta non basta a evitare il colpo.

I dati nazionali lo confermano: ogni anno in Italia più di cento donne vengono uccise; oltre la metà dei casi avviene in contesti di prossimità. Cresce anche l’allarme per le aggressioni tra giovani. È un quadro noto, documentato, che chiede prevenzione continua e responsabilità condivisa.

Cosa possiamo fare, davvero

Tenere alta la soglia dell’attenzione, senza trasformare la casa in una caserma. Creare parole in comune, orari chiari, patti espliciti.

Insegnare il “no” come diritto, e il “no” altrui come confine inviolabile. Allenare i ragazzi a riconoscere segnali di controllo e ricatto emotivo.

Chiedere aiuto presto. Il 1522 è il numero nazionale antiviolenza e stalking, attivo h24. Vale anche per i testimoni.

Coinvolgere scuole, sport, spazi informali. La comunità è un’anticamera di prevenzione quando sa vedere, ascoltare, intervenire.

Mariangela oggi tiene insieme memoria e giustizia. Non chiede eroismi. Chiede che il nome di Zoe non diventi puro clamore. Forse è tutto qui: imparare a proteggere senza consumare la fiducia, a fare spazio al controllo giusto senza sfiancare la libertà. Davanti a una finestra spenta, la domanda resta: quale luce lasciamo accesa perché chi amiamo trovi, comunque, la strada di casa?

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