Una lettera che diventa specchio: la storia di Paolo Mendico non chiede pietà, chiede responsabilità. Una ferita che attraversa scuole, case, chat. E ci obbliga a scegliere da che parte stare, ogni giorno.
Ci sono nomi che restano addosso. Paolo Mendico è uno di quei nomi. Quattordici anni sono poco e sono tutto. Sono amicizie che scoppiano, goffi abbracci, prime paure. E invece qui c’è un vuoto. Non ci sono dettagli affidabili su ogni passaggio della sua storia. Ma c’è una certezza che morde: qualcosa intorno a lui non ha funzionato.
Il punto non è un episodio. Il punto è l’aria che respiri quando entri in classe e speri di non attirare sguardi. Il bullismo non è un’etichetta. È una palestra di esclusione. È chi ride mentre tu abbassi gli occhi. È chi tace per non esporsi. È chi, da adulto, minimizza. “Passerà”. Spesso non passa.
I numeri non aggiustano il dolore, ma servono a non raccontarci scuse. In Italia, una quota rilevante di ragazzi tra 11 e 17 anni riferisce prepotenze ricorrenti a scuola e online. Le percentuali variano per metodo e anno, ma restano stabili su una forchetta a due cifre. A livello globale, la salute mentale è il nodo più urgente: tra i 15 e i 19 anni, il suicidio è tra le prime cause di morte. Dati freddi. Conseguenze calde. Qui, adesso.
Io penso alle micro-scelte. L’insegnante che nota una spalla abbassata e cambia posto a due studenti. L’allenatore che a fine allenamento chiede, uno per uno: “Come stai davvero?”. Il genitore che non deride un pianto, ma apre una porta. Questo è ascolto. Questa è prevenzione.
Il punto centrale, però, arriva dopo: non basta dire “no al bullismo”. Serve ricucire le trame intorno ai ragazzi. La comunità protegge quando costruisce anticorpi quotidiani: linguaggio pulito, regole chiare, conseguenze giuste, adulti presenti. Le metanalisi sui programmi scolastici anti-bullismo mostrano riduzioni misurabili degli episodi. Non è magia. È metodo.
Forse non abbiamo visto il segnale piccolo: il compito non consegnato, la chat che si fa arena, l’amico che improvvisamente evita la mensa. Forse non abbiamo dato peso alla responsabilità condivisa: compagni, scuola, famiglie. Forse non abbiamo preso sul serio il cyberbullismo, che non finisce al suono della campanella e amplifica l’umiliazione. Questa parte brucia perché ci riguarda. Ognuno ha un margine d’azione. Ognuno.
Stabilire in classe un patto esplicito contro le offese, con sanzioni coerenti e riparative. Non punitivismo, ma giustizia riparativa.
Attivare uno sportello di supporto psicologico accessibile e visibile. Bastano orari chiari, un volto noto, uno spazio sicuro.
Formare docenti e studenti a riconoscere segnali precoci. Brevi moduli, casi concreti, protocolli semplici di segnalazione.
Nei gruppi sportivi e oratori, introdurre il “check-in da 60 secondi”: ognuno dice come sta, senza interruzioni. Sembra poco. Non lo è.
Online, costruire regole di chat. Vietare liste, meme denigratori, con canali anonimi per le segnalazioni e moderazione costante.
Se temi per l’incolumità di qualcuno, cerca aiuto subito: numeri nazionali di supporto per minori e genitori, servizi territoriali, pronto intervento. Chiedere aiuto è parte della rete di protezione.
Paolo non tornerà. Questa è la crudeltà che resta. Ma non tutto è perduto se cambiamo postura. Una parola può salvare. Un gesto può aprire una fessura di luce. La domanda è semplice e scomoda: se domani, in un corridoio, passa il silenzio di un ragazzo, tu che suono scegli di essere?
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