Una classe, un corridoio, una chat che vibra a tarda sera. La storia di Paolo Mendico non è un caso isolato ma un segno che brucia. Ci riguarda, tutti. È il momento di guardare in faccia il dolore e scegliere parole che proteggono, non che feriscono.
Paolo Mendico aveva quattordici anni. Non conosciamo ogni dettaglio. Sappiamo però che una solitudine profonda può scavare. Lo ha raccontato il fratello, con frasi che non si archiviano. Le ripetiamo in testa mentre pensiamo a un banco vuoto. E a quei minuti di silenzio che, a volte, fanno più rumore di qualsiasi urlo.
Il punto non è cercare colpevoli veloci. Il punto è capire la trama. Il bullismo non è una parola pesante da manuale. È un gesto che umilia. È l’esclusione che diventa routine. È una foto in una chat. Una risata che ti inchioda. Un soprannome che ti cancella. Quando succede ogni giorno, cambia il respiro.
Non abbiamo elementi per ricostruire tutto il percorso di Paolo. Possiamo però dire cosa vediamo nelle scuole italiane. I dati più recenti parlano chiaro: circa un adolescente su cinque riferisce episodi di prevaricazione ripetuta. Il cyberbullismo cresce dopo i 13 anni e segue i ragazzi ovunque, anche di notte. È una scia che stanca. E isola.
Chi guarda bene, spesso vede. Un cambio di umore netto. Zaini che spariscono. Compiti non consegnati all’improvviso. Scuse per non andare a scuola. Occhi che evitano il corridoio. Stanchezza cronica. Battute su di sé troppo dure. Questi segnali non sono “fasi”. Sono richieste di aiuto.
Gli adulti hanno un compito semplice e difficile: ascoltare senza interrogare. Fare domande brevi. Dare tempo. Dire “sono qui”. Annotare episodi, date, contesti. Condividere con i docenti referenti. Chiedere allo sportello di ascolto se la scuola lo ha attivato. In molte realtà funziona: meno isolamento, più rete di supporto.
Docenti: stabilire regole chiare di classe. Intervenire subito su insulti e derisione. Usare metodologie cooperative. Valutare senza umiliare. Coinvolgere il referente bullismo/cyberbullismo.
Dirigenti: rendere noti i canali di segnalazione. Formare il personale. Mappare i “punti ciechi” della scuola: scale, bagni, cortili.
Genitori: non minimizzare. Salvare prove digitali. Parlare con toni calmi. Cercare un consulto psicologico se necessario.
Studenti: interrompere la complicità passiva. Dire “basta” in gruppo. Segnalare in modo anonimo quando possibile. Sostenere il compagno isolato con gesti piccoli ma costanti.
La legge italiana riconosce il fenomeno e offre strumenti. La normativa sul cyberbullismo permette di chiedere la rimozione di contenuti lesivi e coinvolgere subito la scuola. Non serve aspettare l’episodio “grave”. Serve prevenire.
Funzionano anche gli interventi tra pari. I programmi di peer education e le classi “tutor” riducono gli atti di intimidazione. Gli studenti ascoltano gli studenti. È un fatto. E quando la classe sente che esiste una responsabilità collettiva, il clima cambia. Si respira meglio.
Una cosa, però, non si compra e non si impone: la fiducia. Nasce quando un adulto mantiene la parola. Quando una scuola sceglie trasparenza e fermezza insieme. Quando una famiglia chiama il problema con il suo nome e apre porte, non trincee.
Paolo non tornerà. Questa è la ferita. Ma le parole del fratello restano come un promemoria sul frigorifero di tutti: una parola può salvare o distruggere. Allora, domani, chi sarà il primo a sedersi accanto a chi resta in fondo? Accendiamo la luce nel corridoio prima che qualcuno resti al buio?
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