La disperazione di una madre: ‘Non vedrò crescere la mia bambina’. Il caso di Zoe, 17 anni, pestata e gettata in un canale

Una madre che parla tra le lacrime. Una ragazza di 17 anni che non tornerà. Una comunità che cerca un perché mentre la giustizia muove i primi passi, tra atti, dubbi e promesse di verità.

Il dolore che non si spegne

“Non doveva finire così la mia bambina… Non la vedrò crescere”. La voce di Mariangela resta addosso. È il dolore che ti raggiunge anche se non la conoscevi, perché quel nome, Zoe, ora pesa. I fiori sotto casa, i biglietti con le frasi spezzate, le compagne di scuola in silenzio. Piccoli gesti, goffi ma sinceri. Servono? Poco. Ma raccontano chi siamo davanti a una perdita che non ha giustificazioni.

Le prime ore sono state un susseguirsi di notizie. La ragazza sarebbe stata pestata e gettata in un canale. Ci fermiamo qui: i particolari non aggiungono rispetto. Quello che resta è una comunità che si stringe e una madre che dice il non dicibile.

Solo a metà giornata è arrivato un punto fermo. Dall’autopsia – comunicano ambienti investigativi – emerge che Zoe ha provato a difendersi. Un dettaglio duro, ma essenziale. Dice che non si è arresa. Dice chi era, più di tanti ricordi.

Indagine e nodi giudiziari

Sul fronte giudiziario, gli avvocati della difesa di Alex MannaRocco Giuseppe Iorianni e Patrizia Gambino – invitano alla prudenza. “I processi si fanno in tribunale, non in TV”, ricordano. C’è stata la convalida del fermo. Non è stato contestato il reato di “femminicidio”, ma quello di omicidio con l’aggravante dei futili motivi. Un punto da chiarire: nel nostro ordinamento “femminicidio” è un termine sociale, non un reato autonomo. Le aggravanti e il contesto concreto definiscono l’impianto dell’accusa.

I legali sottolineano che anche la presunta confessione “va valutata per quello che vale” e confrontata con i dati oggettivi. È il metodo giusto: servono atti, riscontri, cronologie, celle telefoniche, testimonianze. Al momento, non ci sono ricostruzioni ufficiali sul movente. “Va indagato bene e lo faremo anche noi”, dicono. Manna, riferiscono, è “affranto, distrutto”. È un’informazione, non una diagnosi.

Qui entra in gioco la responsabilità di tutti. Parole pesate, fatti verificati, nessuna corsa all’interpretazione. Perché la verità processuale si costruisce un tassello alla volta. E ogni tassello ha conseguenze su vivi e morti.

Intanto, il contesto più ampio non va ignorato. In Italia, secondo i rapporti annuali del Viminale, ogni anno oltre cento donne vengono uccise; più della metà in ambito familiare o affettivo. Sono numeri che non spiegano Zoe, ma dicono che il terreno è fragile. A scuola, nei consultori, nelle chat di quartiere: riconoscere i segnali di rischio, chiedere aiuto, non voltarsi dall’altra parte. Sono azioni minime, ma reali.

Resta lei, però. Zoe. Una diciassettenne che aveva progetti piccoli e luminosi, come tutte. La madre che parla alla figlia con i verbi al presente. La città che abbassa la voce quando passa davanti all’acqua del canale. La giustizia farà il suo corso, con lentezza e precisione. Ma noi, fuori dall’aula, cosa faremo del silenzio che lascia un’assenza così grande?

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