Paolo Mendico: Una Ferita Aperta nel Cuore della Società. Il Dramma del Bullismo e l’Indifferenza degli Adulti

Una storia che non si lascia alle spalle. Un nome, Paolo, e una domanda che non smette di bussare: cosa abbiamo perso di vista quando un ragazzo smette di sentirsi visto?

Paolo Mendico: Una Ferita Aperta nel Cuore della Società. Il Dramma del Bullismo e l’Indifferenza degli Adulti

È facile dire “è un fatto di cronaca”. Non lo è. È una ferita. E quella ferita ha il tono netto delle parole del fratello, Ivan: quando un ragazzo sceglie il silenzio estremo, qualcosa intorno si è rotto prima. Non servono giri di frase. Serve guardare in faccia ciò che tanti minimizzano.

Il bullismo non è un concetto. È una mattina in corridoio, uno sguardo che punge. È una risata che ti inchioda. È un gruppo che ti lascia fuori. Giorno dopo giorno. Il cyberbullismo allunga l’onda: il telefono vibra, la classe intera entra in camera tua. Qui non parliamo di “ragazzate”. Parliamo di potere, ruoli, platea. Chi ride. Chi incita. Chi guarda e lascia fare.

I dati italiani, raccolti in indagini pubbliche, dicono che molti adolescenti sperimentano prepotenze. Circa uno su due ha visto o subito episodi. Circa uno su dieci li vive spesso. Le percentuali cambiano per età, territorio, metodo. Ma la sostanza è chiara: il fenomeno è ampio e persistente. Non bastano campagne spot.

A metà di tutto questo c’è il punto che fa più male: l’indifferenza. La frase “passerà” pesa. Soprattutto quando detta da un adulto che avrebbe gli strumenti per vedere. La scuola non è solo un luogo di voti. È un presidio. I compagni non sono comparse: possono essere diga o corrente. E qui si gioca la differenza tra una ferita che si rimargina e una che scava.

Segnali che non vanno ignorati

Cambi di umore improvvisi. Ritiro, irritabilità, ansia. Assenze frequenti o paura di andare a scuola. Oggetti rovinati o “persi” più volte. Calo del rendimento, isolamento nei momenti sociali. Tracce online: meme offensivi, gruppi esclusivi, profili fake.

Se non ci sono dati certi su un caso specifico, diciamolo. Ma quando più indizi si sommano, serve un ascolto vero. Non un interrogatorio. Domande semplici. Tempo. Uno spazio protetto.

Cosa possono fare scuola e comunità

Attivare uno sportello di ascolto con professionisti. Presenza stabile, non occasionale. Formare docenti e studenti su prevenzione e linguaggio. La legge italiana sul cyberbullismo (Legge 71/2017) chiede proprio questo. Peer education: gruppi di pari che moderano le chat e fermano la derisione sul nascere. Un “patto di classe” anti-insulti. Poche regole, chiare, condivise con le famiglie. Un referente di istituto su bullismo e digitale. Canali di segnalazione semplici.

Esempi concreti: in diverse scuole italiane una “scatola dell’ascolto” anonima ha aumentato le richieste d’aiuto e fatto emergere episodi invisibili. Strumenti piccoli, effetti grandi. Fuori da scuola: società sportive, oratori, biblioteche come “terzi luoghi” sicuri. Allenatori e educatori formati su segnali e gestione dei conflitti.

La verità è che una comunità non si misura sul numero di post indignati. Si misura su quante volte un adulto interrompe una risata fuori posto. Su quante volte un ragazzo dice “basta” e trova qualcuno al suo fianco. Su quante occasioni creiamo perché chi è bersaglio non resti solo.

Se tu o qualcuno che conosci sta vivendo un momento buio, chiedere aiuto è un atto di coraggio. In Italia puoi contattare il 112 in emergenza, il 1.96.96 di Telefono Azzurro o il 114 Emergenza Infanzia. Parlarne con un adulto di fiducia è il primo passo.

La vita di un ragazzo vale più della nostra pigrizia morale. Sempre. E allora, domani mattina, in corridoio o in chat, quale parola sceglieremo di dire per primi?

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