Una corsa contro il tempo, un letto di terapia intensiva, un bambino di due anni e mezzo che respira grazie alle macchine. In mezzo, medici che discutono, genitori che aspettano, un Paese che tiene il fiato sospeso in cerca di un cuore compatibile.
Un nuovo trapianto di cuore è la speranza che resta. Si cerca in Italia e all’estero un donatore compatibile per il piccolo operato a dicembre a Napoli, al Monaldi, con un organo poi risultato danneggiato. Da allora la vita del bimbo è appesa a tubi e monitor. È in coma farmacologico. Vive grazie alla ECMO, la circolazione extracorporea che tiene in funzione cuore e polmoni quando da soli non ce la fanno. L’ospedale parla di condizioni “stabili in un quadro di grave criticità”. Una frase che pesa come piombo.
Il bambino è primo nella lista d’attesa italiana per il suo gruppo sanguigno. Questo, in concreto, significa priorità assoluta se arriva un cuore compatibile. Ma la priorità non cancella il tempo. Lo misura. Lo allunga. Lo stringe. L’ECMO non è un ponte infinito: consuma il corpo, chiede sangue e pazienza, mette sotto pressione altri organi. E infatti, riferiscono i clinici, reni e fegato stanno soffrendo. È la parte più dura da leggere e da scrivere.
A complicare il quadro ci sono valutazioni diverse. Il Bambino Gesù di Roma, consultato per un secondo parere, avrebbe giudicato le condizioni troppo compromesse per un nuovo intervento. Dal Monaldi, invece, arriva la scelta di mantenere il bimbo in lista: per il medico che lo ha in cura esistono ancora spiragli praticabili. Qui la medicina incontra il limite dell’incertezza. E l’incertezza si fa conflitto.
Cosa significa vivere con una macchina al posto del cuore
Detto semplice: la ECMO prende il sangue, lo ossigena all’esterno, lo rimanda in circolo. È una “presa d’aria” d’emergenza. Nei bambini, i margini sono ancora più stretti. Ogni ora aumenta i rischi di infezioni, emorragie, danni d’organo. Eppure, a volte, regala giorni decisivi. Giorni in cui può arrivare un nuovo organo. Oppure no. La medicina d’urgenza è spesso questa aritmetica feroce: valutare benefici e danni, giorno per giorno.
Nel frattempo, cresce anche la polemica. La famiglia chiede che non sia il chirurgo sospeso a rimettere le mani sul caso. “Non deve essere lui a operare”, dice il legale. Sulla lista degli indagati, al momento, non risultano atti pubblici disponibili: i riferimenti restano dichiarazioni e note ospedaliere. Qui va detto con chiarezza: senza documenti ufficiali, i dettagli giudiziari non sono verificabili. Ma il disagio è tangibile. E comprensibile.
La frattura tra medici e la domanda scomoda
Il Ministero della Salute segue la vicenda. Il ministro Orazio Schillaci ha garantito che si farà piena luce. Bene. Serviranno tempi rapidi e parole precise. Perché dietro ogni scelta c’è un bambino che aspetta, e due genitori che tengono duro tra speranza e paura.
Restano i fatti clinici. Il piccolo è in cima alla lista. La ricerca di un donatore prosegue in Italia e all’estero. Ogni telefonata può cambiare tutto. Ogni ora può peggiorare qualcosa. In questo spazio fragile la medicina decide con numeri e con coscienza. E noi, da fuori, possiamo solo pretendere trasparenza, competenza, responsabilità.
Mi torna in mente un corridoio illuminato al neon, un disegno appeso con una stellina e un cuore rosso. Che idea di cura vogliamo difendere quando il possibile e l’impossibile si toccano? Forse la risposta sta lì: tenere viva la possibilità giusta, senza perdere la misura umana di chi attende.



