Giorgio Gaber avrebbe compiuto 86 anni. Nel giorno del compleanno si impone un legame importante: quello con il fumettista Manfredi.
Giorgio Gaber era (ed è) per tutti il Signor G. C’è poi una sparuta minoranza di persone che lo ha conosciuto con un altro appellativo: semplicemente Gio’, come si usa fare tra amici. Grazie a quella voglia scanzonata di conquistare il mondo presi per mano, pensando che la vita sia ancora tutta da vivere.
Questo tipo di suggestioni le regala soltanto un legame profondo. Quello che Gaber aveva con Giancarlo Manfredi. Uno dei tanti volti che ricorrono nella biografia di un’icona senza tempo: Manfredi ha accompagnato Gaber fin quando è stato possibile. Recentemente scomparso non ha mai fatto mistero che certe evoluzioni, artistiche ma anche e soprattutto intime e personali, sono state possibili grazie alla compagnia e i consigli del cantautore.
Artisti lo son sempre stati entrambi, soltanto che Manfredi – da un certo punto in poi – ha preferito far parlare il suo tratto. Il fumettista ha garantito il proprio contributo a serie iconiche come Tex, Dylan Dog e Nick Rider. Un tratto inconfondibile che, in precedenza, disegnava armonia sul pentagramma: Manfredi e Gaber, infatti, hanno lavorato a braccetto verso gli inizi degli anni ’70. Album come “La crisi”, “Non è una malattia” e “Zombie di tutto il mondo unitevi” ne sono la prova.
Tracce di quello che poi sarebbe diventato, per Paoli prima e Gaber poi, il teatro canzone: brani che sono in grado di raccontare pezzi di vita. Storie vissute su e giù da un palco, fino a diventare intramontabili. Forse, però, a resistere al tempo non è soltanto la musica o le parole. Semmai quella voglia di raccontare qualcosa che rimanga. Non solo eseguire, cantare, disegnare, scrivere.
La saggistica, al pari delle canzoni o dei romanzi, era necessaria per imprimere una traccia senza ancora essere consapevoli di fare la storia. Questo era Manfredi, questo continua a essere Gaber. Il primo è morto di recente lasciando un’eredità considerevole fumetto dopo fumetto, attraverso personaggi del calibro di Shangai Devil e Adam Wild, mentre il secondo resta a portata d’orecchio – citando Jannacci – per coloro che sanno ascoltare.
Una sorta di osmosi creativa che passa da “Il collasso della coscienza borghese”, un vero e proprio romanzo di formazione, e arriva a “La ballata del Cerrutti”, passando per “Barbera e Champagne” fino ad arrivare a “I due Corsari”. Armonia, impegno, scanzonata voglia di mettere un punto e andare a capo. Verso nuove suggestioni ed emozioni ancora da scoprire.
E mentre loro scoprivano, il mondo cambiava: un cambiamento necessario, come quasi sempre, e costruttivo. Sia Gaber che Manfredi sono riusciti a inquadrare la realtà interpretando i segni di rinnovamento e sviluppo senza esserne schiavi o intrappolati. L’artista, secondo loro, deve schierarsi: vietato rimanere fermi o, peggio ancora, inermi. Manfredi e Gaber hanno sempre incarnato e cavalcato quel caos organizzato che molti chiamano ispirazione, ma in realtà era semplice quotidianità.
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Tempi in cui il fermento era pane quotidiano e, oggi, diventa patrimonio – oltre che semplice eredità – da coltivare. Anche per questo determinati archivi, rinnovati dopo più di 30 anni, diventano tappa obbligata della storia. In un mondo che cambia, ma non dimentica.
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