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Economia

Pensione, c’è un anno che cambia tutto

Quando parliamo di pensioni, bisogna sapere che c’è stato un anno che ha rivoluzionato tutto. E non si tratta del 2011.

Tutti pensiamo che il mondo delle pensioni sia stato rivoluzionato dalla legge Fornero del 2011. In realtà non è così: è un altro l’anno che ha cambiato tutto ma pochi lo sanno anche se ne stanno pagando le conseguenze.

Non è stata la legge Fornero ad aver rivoluzionato il mondo delle pensioni/Cityrumors.it

Quando parliamo di pensioni la prima persona che ci viene in mente è l’ex Ministro del Lavoro del Governo Monti: Elsa Fornero. Fornero che, nell’ormai lontano 2011, tra le lacrime annunciò a tutti la sua riforma. Grazie alla Fornero, oggi, non è possibile andare in pensione prima di aver compiuto 67 anni.

Salvo rare eccezioni di persone che appartengono a determinate categorie lavorative o affette da invalidità certificata, la maggior parte di noi, dunque, grazie alla legge Fornero, non potrà lasciare il lavoro prima di aver spento 67 candeline sulla torta di compleanno.

Eppure non è il 2011 l’anno più importante quando si parla di pensioni: è un altro l’anno che ha cambiato tutto. In pochi lo sanno ma c’è stato un anno che ha segnato una svolta importante.

Pensioni: è stato questo l’anno della svolta

Non è stata l’ex Ministro del Lavoro Elsa Fornero ad aver rivoluzionato il mondo delle pensioni: qualcuno lo fece molto prima di lei. Vediamo qual è l’anno che ha cambiato per sempre l’universo previdenziale.

L’anno decisivo per le pensioni non è stato il 2011/Cityrumors.it

Vi dice nulla l’anno 1996? Nel 1996 è entrata in vigore la riforma Dini che ha determinato un nuovo modo di calcolare l’importo delle pensioni. Fino al 31 dicembre 1995, le pensioni venivano calcolate con il sistema retributivo che teneva conto della media degli stipendi che un lavoratore aveva ricevuto negli ulti anni di carriera.

Dall’1 gennaio 1996 in poi le pensioni vengono calcolate con il sistema contributivo il quale moltiplica l’insieme dei contributi versati per un coefficiente di trasformazione che aumenta con l’aumentare dell’età del contribuente. Pertanto, dal 1996 in avanti, l’importo della pensione dipende dai contributi versati e dall’età di uscita dal lavoro. A parità di stipendio, dunque, chi andrà in pensione a 62 anni con 41 anni di contributi, avrà una pensione più bassa di chi andrà in pensione a 67 anni sempre con 41 anni di contributi in quanto il coefficiente di trasformazione di chi ha 67 anni è più alto di chi ne ha 62.

Sicuramente in termini d’importo il sistema contributivo è meno vantaggioso di quello retributivo, questo è evidente. Tuttavia comporta anche dei vantaggi. Ad esempio chi ha iniziato a versare i contributi a partire dal 1996 – i cosiddetti lavoratori “contributivi puri”- può andare in pensione con appena 5 anni di contribuzione a 71 anni.

Invece chi gode di uno stipendio alto e non ha contributi antecedenti al 1996 può accedere alla pensione con solo 20 anni di contribuzione ad appena 64 anni anziché a 67. In questo caso è necessario, però, aver maturato un assegno previdenziale pari almeno a:

  • 3 volte l’importo dell’assegno sociale per gli uomini e le donne senza figli;
  • 2,8 l’importo dell’assegno sociale per le donne con un figlio;
  • 2,6 volte l’importo dell’assegno sociale per le donne con due o più figli.
Samanta Airoldi

Sono Samanta, sono nata a Genova ma vivo a Milano da molti anni. Ho conseguito Laurea specialistica e Dottorato in Filosofia Politica e svolgo il lavoro di redattrice dal 2015. Ho pubblicato alcuni libri di Filosofia Politica in chiave "pop" e, nel corso di questi anni, ho lavorato per diversi blog. Mi sono sempre occupata, principalmente, di Politica ed Economia ma, talvolta, anche di lifestyle, benessere e alimentazione vegana essendo io stessa vegana. Le mie passioni principali sono proprio la Politica e l'Economia ma mi interessa anche il settore del benessere.

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