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Economia

Stangata sui contributi: 52 settimane di lavoro non valgono come anno contributivo, allarme CAF

Bruttissime notizie: un anno dura 52 settimane ma 52 settimane non equivalgono ad un anno di contributi. Vediamo cosa sta succedendo.

La matematica non è un’opinione e un anno dura sempre 52 settimane. Eppure non sempre 52 settimane equivalgono ad un anno. Non quando parliamo di contributi e, quindi, di pensioni. l’ennesima stangata per i lavoratori è stata confermata dall’Inps. Molti credono di vare un certo numero di anni di contribuzione mentre, a conti fatti, ne hanno molti di meno.

Forse dovrai lavorare ancora molto a lungo e non lo sai/Cityrumors.it

E i contributi, come ben sappiamo, sono il fattore più importante quando si parla di pensione. Sono importanti sia ai fini dell’importo dell’assegno previdenziale che andremo a ricevere ogni mese. Ma non solo: i contributi sono importanti soprattutto per il fatto che se non raggiungiamo una determinata soglia minima, ci è preclusa la possibilità stessa di accedere alla pensione.

Moltissimi lavoratori, pertanto, senza neppure saperlo, sono a rischio e dovranno continuare a lavorare ancora per anni pur avendo magari già raggiunto l’età pensionabile. Infatti in parecchi casi un’intero anno di lavoro non vale come un intero anno di contribuzione.

Pensioni: ecco quando 52 settimane non equivalgono a 1 anno di contribuzione

Cattive notizie per migliaia di lavoratori che, senza nemmeno saperlo, si ritrovano con molti meno contributi di quelli che credono e, dunque, non potranno andare in pensione nemmeno a 67 anni. Non tutti lo sanno ma in alcuni casi 52 settimane di lavoro non equivalgono a un anno di contribuzione.

Non sempre 52 settimane di lavoro equivalgono a 1 anno di contributi/Cityrumors.it

Come anticipato i contributi sono il requisito più importante quando parliamo di pensioni. Infatti non esiste nessuna misura di pensionamento attualmente in vigore in Italia che non tenga conto del numero di anni di contribuzione. Inoltre, dal 1996 in avanti – dalla riforma Dini in poi – i contributi determinano l’importo della pensione.

Infatti, dall’entrata in vigore del sistema di calcolo contributivo avvenuta, appunto, nel 1996, per calcolare l’importo delle pensioni, è necessario moltiplicare il montante contributivo – cioè l’insieme dei contributi versati nell’arco di tutta la carriera lavorativa – per un coefficiente di trasformazione.

I contributi non sono tutti uguali ma dipendono molto dallo stipendio di una persona. Lo stipendio, in pratica, determina il “valore dei contributi”. Di conseguenza chi ha uno stipendio basso avrà contributi bassi e una pensione esigua. Infatti un dipendente, solitamente, deve pagare un’aliquota Inps del 33%: il 9,19% a suo carico e il resto a carico del datore di lavoro.

Va da sé che il 33% su uno stipendio di 1000 euro al mese sarà nettamente inferiore del 33% su uno stipendio di 3000 euro al mese. Ma stipendi troppo bassi compromettono la possibilità stessa di andare in pensione. Infatti, secondo la vigente normativa in materia, chi non arriva ad un reddito annuo di almeno 10.500 euro dovrà lavorare più a lungo in quando al di sotto di tale soglia la contribuzione vale meno.

In parole povere se tu lavori tutto l’anno ma il tuo reddito annuo è al di sotto di 10.500 euro, allora le tue 52 settimane di lavoro non valgono come un anno di contribuzione e tu, quindi, dovrai lavorare più a lungo.

Samanta Airoldi

Sono Samanta, sono nata a Genova ma vivo a Milano da molti anni. Ho conseguito Laurea specialistica e Dottorato in Filosofia Politica e svolgo il lavoro di redattrice dal 2015. Ho pubblicato alcuni libri di Filosofia Politica in chiave "pop" e, nel corso di questi anni, ho lavorato per diversi blog. Mi sono sempre occupata, principalmente, di Politica ed Economia ma, talvolta, anche di lifestyle, benessere e alimentazione vegana essendo io stessa vegana. Le mie passioni principali sono proprio la Politica e l'Economia ma mi interessa anche il settore del benessere.

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